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Capo Sud / Africa, una storia dal loro punto di vista
Di Marco Togna (del 14/11/2007 @ 09:00:00, in OFF)

La parola Africa indicava una provincia romana, situata sulle coste dell’attuale Tunisia e creata dopo la distruzione di Cartagine (146 d.C.) ai tempi della terza guerra punica, chiamata appunto in questo modo. Il termine è di origine incerta, dovrebbe provenire dal nome di una località o di una tribù berbera indigena. Il nome si è esteso poi, nelle lingue europee, all’intero continente.

Una curiosità – anche se già fornisce qualche preziosa indicazione – tra le tante, insieme a una miriade di informazioni e analisi che compongono il volume “Storia dell'Africa. Un continente fra antropologia, narrazione e memoria”, edito da Donzelli (244 pagine, 16,50 euro) nella collana “Virgola”.

Gli autori sono Francesca Giusti e Vincenzo Sommella, entrambi insegnanti di italiano e storia nelle scuole superiori a Napoli. Il volume è anche parte di una storia dei cinque continenti, organizzata dalla casa editrice, che intende così dare una visione globale dei processi mondiali. Diciamolo subito: è un libro storico, serio, puntuale, ma si legge senza fatica (e con vero piacere). Un volume agile ma rigoroso, ricco di notizie ma con un intento divulgativo.

Sarà per l’approccio multidisciplinare che hanno i due autori, unico orientamento possibile per leggere i mutamenti epocali del nostro tempo: il libro così spazia dalla geografia alla linguistica, dalla genetica all’archeologia, ma anche dalle fonti d’archivio alle tradizioni orali e alle verifiche sul campo. O sarà per l’originale proposizione di un punto di vista africano, costruito attingendo alle (poche) fonti storiche del continente e sottoponendo invece a continua verifica le arabe e le europee, largamente maggioritarie.

“Storia dell’Africa” è diviso in due parti, prima e dopo l’arrivo degli europei, in particolare i portoghesi, che nel XV secolo iniziarono la “conquista” del continente (nel 1415 sono in Marocco, nel 1444 a Capo Verde, nel 1483 alla foce del fiume Congo, mentre alla fine del secolo Bartolomeo Dias e Vasco de Gama completano l’esplorazione del sud e delle coste orientali).
Il volume inizia con la comparsa dell’uomo, indicando subito nella durezza dell’ambiente africano (ad esempio: la povertà dei suoli, le malattie endemiche, l’agricoltura basata su cereali a bassa resa, il clima sfavorevole) una possibile spiegazione, ovviamente parziale, del ritardo di sviluppo economico del continente rispetto ad altre aree del pianeta. Passa poi ad analizzare le grandi civiltà (come l’Egitto, la colonia fenicia di Cartagine e la successiva dominazione romana, i regni del Ghana, l’impero del Mali, lo stato di Assum e il regno di Etiopia, solo per citarne alcuni) e i grandi movimenti come le migrazioni bantu, i commerci nel Sahara, la progressiva islamizzazione e la nascita delle città-stato swahili.

Gli autori sanno ben cogliere e spiegare le tipicità di questa prima parte di storia africana: la pastorizia che precede l’agricoltura (al contrario di quanto avvenuto altrove), la presenza di pratiche di razzia più che di vere e proprie guerre, il succedersi di società senza lasciare traccia, la schiavitù già ampiamente presente (prima dell’arrivo degli europei), la natura divina della regalità, la frammentazione politica in tanti regni (chiefdom). Poi arrivano gli europei, e la storia cambia.

La seconda parte del volume (“Dal XVI al XXI secolo”) inizia proprio con i primi insediamenti dei bianchi e l’inizio del traffico degli schiavi. Il primo carico che attraversa l’Atlantico è del 1532 e per circa un secolo si mantiene regolare. S’intensifica poi a partire dal 1630, sia per il coinvolgimento (come schiavisti) di danesi, francesi e inglesi, sia per la crescente richiesta di manodopera dalle piantagioni di Brasile e Caraibi. “La costa degli schiavi”, questo sarà il nome che prenderà un ampio tratto del golfo di Guinea (e del suo entroterra).

“La schiavitù europea fu un nuovo tipo di schiavitù che produsse la crisi delle forme del potere tradizionale basato sulla discendenza e sulla coesione comunitaria. Gli europei, infatti, non catturavano le proprie vittime: erano i capi locali che procuravano i prigionieri da vendere come schiavi. Questa particolare articolazione dei legami sociali africani spiega la lunga durata del fenomeno schiavile” scrivono Giusti e Sommella.

Le loro pagine su questo tema sono fra le migliori del volume. Ricche di numeri e notizie (soprattutto sulla durezza del viaggio e la vita dei reclusi), illustrano molto bene lo strettissimo legame tra economia della schiavitù e rivoluzione industriale, l’aumento della violenza e dei conflitti, il genocidio di alcune popolazioni, la rottura del delicato equilibrio ecologico africano, l’emergere di identità etniche letteralmente inventate dagli europei e del “tribalismo”, che sarà poi la giustificazione usata dai colonizzatori per portarvi una “civiltà” più avanzata.

Altrettanto importanti sono i capitoli sulla spartizione coloniale, con la conseguente creazione di stati artificiali. “L’invenzione della tradizione – scrivono gli autori - è l’aspetto culturale della colonizzazione: dopo la conquista della terra avviene la conquista delle anime. Se gli stati sono ‘artificiali’, bisogna pure creare un passato che possa giustificarli: l’assoluta mancanza di un’idea di stato paragonabile a quella occidentale rende necessario la ‘riduzione a uno’ delle forme di sovranità diffusa africana. I re diventano ‘il’ re, le consuetudini divengono ‘la’ legge prescrittiva e immodificabile. Il ‘tribalismo’ diventa la tradizione peculiare dell'Africa e segna la sua ‘inferiorità’. L'Africa non ha storia perché non ha scrittura e l'Europa colonialista la scrive attraverso gli accademici, gli amministratori locali, i missionari e gli antropologi che definiscono ogni tribù e ogni etnia, assegnando a ciascuna un territorio e separando le une dalle altre, in una visione lontana da ogni processo evolutivo. [...] Il tribalismo è una conseguenza dell’impatto del colonialismo su forme di consapevolezza etnica che vengono trasformate da mezzo per rapportarsi agli altri secondo uno schema identitario, in chiusura verso gli altri in funzione di un potere concesso”.

Le ultime pagine affrontano la realtà contemporanea, a partire dalla decolonizzazione (preceduta da due guerre mondiali cui partecipano anche africani) e dall’emergere di una coscienza e di un “nazionalismo” africano. Qui gli autori illuminano alcune delle cause che segneranno le numerose crisi africane dell’ultimo cinquantennio, come l’assenza di ogni forma di legittimazione storica degli Stati nascenti o l’assunzione da parte delle nuove dirigenze di usi e mentalità degli ex colonizzatori. Concludono il volume alcuni focus tematici (come il genocidio in Ruanda, il tragico fenomeno dei bambini-soldato o la democratizzazione del Sudafrica) e tre brevi (ma ricchi di stimoli per nuove letture) saggi sull’arte africana, il socialismo nel continente e lo sguardo dell’Occidente. Corredano il libro alcune cartine storiche e un’utilissima bibliografia.

Ritrovate qui la precedente puntata della rubrica Capo Sud

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# 1
Belo artigo, gostei muito.

Parabens!
Di  Romecildo Della Togna Jr  (inviato il 23/01/2008 @ 19:17:47)
# 2
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Di  Anonimo  (inviato il 15/06/2008 @ 14:25:13)
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