di Camilla Lai

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Sono passati più di trent’anni da La corsa più pazza del mondo, fortunata pellicola del 1976 in cui un gruppo di amici organizzava una corsa senza regole da New York a Los Angeles mentre un poliziotto assai meno fortunato cercava invano di fermarli.
Trentatré anni dopo, a New York, il rombo di Ferrari, Lamborghini, McLaren, Porsche Carrera e altre auto di lusso parcheggiate davanti al prestigioso club privato SoHo House a Manhattan, preannunciava la partenza di un’altra corsa. È il Bullrun, che tradotto letteralmente vuol dire “la corsa dei tori” ma che con i tori, mascolinità a parte, non ha nulla a che fare.

Di pazzo, questa corsa dei giorni nostri, ha vari elementi. Il primo elemento di pazzia è che questa corsa è vera, e non cinematografica: tutte le follie, quindi, accadono davvero, per le strade degli Stati Uniti. E si tratta di follie nel vero senso della parola, perché Bullrun non si corre su nessun circuito, ma, appunto, per le strade di campagna e per le autostrade, tra gli incroci delle città e sotto le gallerie delle tangenziali, assieme alle altre macchine, quelle dei poveri e ignari comuni mortali che improvvisamente si vedono sorpassare da Ferrari e Lamborghini in corsa, letteralmente.

Due giorni fa i partecipanti al Bullrun 2009 sono arrivati sgommando ad Austin, in Texas.
Una settimana prima erano partiti da New York e per tutto il tempo della corsa nessuno di loro avrebbe saputo la tappa successiva fino al mattino stesso. Sono passati per il New Jersey, la Pennsylvania, l’Alabama, la Georgia, la Virginia, il Tennessee, la Florida, il Kentuky, il West Virginia. La tattica di tenere il percorso segreto è dovuta non tanto all’obiettivo di tenere alta la suspence, quanto al fatto di evitare i posti di blocco della stradale.
Per quanto, chi partecipa alla gara considera le multe per eccesso di velocità un record di cui vantarsi quasi quanto quello di arrivare primi ai traguardi giornalieri o a quello finale. Frank e Alex Petito, due fratelli di rispettivamente 23 e 24 anni, che guidano una Newton SDR Spec Vi, ci sperano, di tornare con parecchie multe a casa, a Queens, New York. “È una cosa da raccontare per rimorchiare le ragazze ai bar”, mi dice Frank, che aggiunge: “È la prima volta che vado in Texas”.

La ricerca del pericolo, la sfida, fosse anche ai vigili urbani, fa parte integrante del profilo dei piloti, tutti non professionisti dei circuiti e professionisti, invece, del brivido adrenalinico di andare contro ogni regola, almeno in questa settimana, per poter vivere un’esperienza speciale e, scappando in terza, farla franca.

Bullrun è giunto quest’anno alla sua ottava edizione. L’idea, come spesso capita negli Usa, è venuta a due stranieri. Due inglesi, per la precisione, Andrew Duncan e David Green. Sei anni fa Andrew e David, in cerca di un’idea nuova da vendere in America e in primo luogo all’America, come tanti emigrati moderni, hanno dato una rapida occhiata in giro, hanno visto che chi ha troppi soldi – qui come altrove – non sa mai bene come spenderli, hanno constatato che gli americani non viaggiano nemmeno nel loro Paese, hanno fatto due + due e hanno lanciato Bullrun. Lo hanno subito impacchettato in un bel format tv da reality show e adesso “Cops, Cars and Superstars” (Poliziotti, macchine e star) in cui partecipano 12 squadre, viene trasmesso da Spiketv, per MTV, in 96 Paesi.

La quota d’iscrizione a Bullrun, per ogni autovettura in gara, è di 20mila dollari. Più, ça va sans dir, la macchina con cui partecipare alla corsa. “Ma i costi da sostenere, in realtà, sono molto più alti”, mi spiega David Piergan, che corre con la sua Maserati. “Io per esempio, ho rifatto tutto l’impianto stereo, perché il viaggio è lungo e in qualche modo bisogna pure passare il tempo. E poi ho messo il GPS e un computer portatile collegato agli autovelox, così da poterli prevedere ed evitare”. Non bruscolini, insomma. Del resto, chi ha una Maserati o una Ferrari parcheggiata in garage, non si spaventa certo del costo di un computerino, fosse pure di ultima generazione e con programmi software particolari.

La quota d’iscrizione copre anche gli alberghi a 5 stelle per una settimana, le feste di ogni sera, a bere con VIP di vario livello, i cui nomi rimangono però rigorosamente segreti, e, infine, il festone finale.

Alla domanda “cosa ti ha spinto a correre nel Bullrun?”, tutti i partecipanti intervistati mi offrono una sola inequivocabile risposta: “Guidare veloce, conoscere gente e divertirmi”. La vittoria è secondaria, tanto che a gara conclusa, chi ha tagliato il traguardo non se ne vanta.

E tutti sembrano fare una sola, indefinita, professione: gli imprenditori indipendenti. Un per tutti Tobias, che nella vita fa online marketing e a cui non viene in mente nessun altro modo per spendere 20mila dollari in una settimana. Tant’è vero che Tobias neanche si sogna di arrivare al traguardo, in Texas. Lui, che guida la sua Porsche Carrera, si fermerà il terzo giorno della corsa in Maryland, assieme a un esiguo gruppo di altri partecipanti, perché gira voce che lì ci sarà una bella festicciola.

Insomma, divertimento, sfida, adrenalina e donne.

Le ragazze del calendario Bullrun 2010

Alcune delle ragazze del calendario Bullrun 2010

Al seguito del gruppo dei piloti di Formula1 d’America ci sono infatti anche 12 ragazze bellissime, giunte da ogni dove del continente, una per ogni mese del calendario Bullrun 2010.
Di piloti donne, invece, ce ne sono solo tre, due sorelle e una loro amica: Amina, Ruth e Khanah, di 22, 24 e 23 anni, tutte e tre dell’Arkansas, dove un po’ studiano e un po’ gestiscono il ristorante di famiglia. Qui guidano la loro Lexis IS 350,con cui  l’anno scorso hanno partecipato al reality show in tv. Non si sarebbero perse questa corsa per niente al mondo. “E sicuramente parteciperemo anche l’anno prossimo!”, mi assicura Amina, “per l’avventura e l’esperienza incredibile. E poi, per il fatto che siamo le sole donne, la sfida è ancora più grande, ci incoraggia a fare del nostro meglio e cercare di vincere”, aggiunge Ruth.

Alla corsa più di lusso d’America, quest’anno, in via eccezionale, ci sono anche due piloti veri. Mikey e Andy hanno cominciato a correre assieme, prima sulle moto fuoristrada, poi in macchina, quando erano ancora adolescenti, nel sud della California. Ora Mikey Children ha 26 anni e di professione corre in macchina, appunto, ma nei circuiti da rally. Un paio di settimane fa, per caso, ha visto un episodio di Bullrun in televisione: ci ha pensato, neanche troppo, e ha chiamato il suo vecchio amico che gli facesse da navigatore, ché Andy ne aveva fatta davvero di strada da quei primi circuiti di motocross. L’anno scorso Andy Grinder è arrivato terzo a Buenos Aires, il traguardo della Parigi-Dakar edizione 2008.

Andy e Mikey

La macchina di Mikey e Andy

Tempo di trovare uno sponsor, e via, Andy e Mikey sono partiti. La General Tire, la seconda compagnia di pneumatici al mondo, ha dato loro una Suburo del 2008 STI (“Non una macchina esotica, come tutte queste italiane”, ammicca Mikey). L’azienda di pneumatici, che sul sito ha messo un feed live per seguire le gesta dei due piloti, ci ha visto lungo, perché Andy e Mikey sono arrivati tra i primi 10 il primo giorno, terzi nella tappa di New Orleans, quinti al traguardo e primi con la legge, gli unici a non aver preso nessuna multa. “Non abbiamo alcuna intenzione di infrangere la legge”, mi dice Andy la sera prima della partenza. “Sembra strano, ma una corsa non si vince per velocità, si vince per bravura e fortuna”, precisa Mikey.

Sembra ancora più strano che qui, in epoca di recessione bruta quanto, dicono gli esperti, la crisi del 1929, mentre al supermercato chiunque fa attenzione al centesimo di dollaro, ci siano un centinaio di persone – tranne Andy e Mikey – che decidano di spendere oltre 20mila dollari per una vacanza decisamente alternativa, ripercorrendo le gesta, e in parte il percorso, di un vecchio e divertente film anni 70.

Il divertimento, è vero, non ha prezzo. E a sentire le parole della First Lady degli Arresti dello scorso anno, tale Annabelle Frankl, le emozioni che regala la corsa più pazza degli Usa sono impagabili, scenari a parte. C’è ben altro: sì, sfida, adrenalina, velocità. Ma soprattutto: un senso di appartenenza profondo, cosa che in questo Paese, più che nel vecchio continente, conta. “Alla fine – spiega Annabelle – siamo esausti, esaltati e non abbiamo nessuna voglia di tornare alle nostre vite reali. Alla fine di ogni Bullrun, il necessario periodo di decompressione è terribile. L’unica cura è scambiarsi foto, mantenersi in contatto con la famiglia di Bullrun e cominciare a fare progetti per l’anno successivo”. ­­­­­­­

di Redazione

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TN Obama Graffiti

di Camilla Lai

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“L’amministrazione di Obama non ha intenzione di fare granché, in politica estera. Tranne ritirarsi dagli eccessi giocati da George W. Bush ed evitare qualsiasi tipo di problema”. Gideon Rose ha le idee chiare, una intelligenza sarcastica e almeno il doppio degli anni che dimostra. Dal 2000 dirige Foreign Affairs, la rivista somma, al mondo, di geopolitica. Fondata negli anni 20, proprio quando il mondo cominciava a entrare in contatto e diventare piccolo, è il braccio editoriale del Centro per le relazioni estere, un circolo politico, una think-tank che esiste tra New York e Washington grazie ai soci di cui è composta, e le cui identità sono mantenute riservate per garantire loro la massima libertà di espressione.
Un centro di pensiero libero di quelli che esistono solo in America, nell’America che conta e che mi ricorda che questa è, dopotutto, la vera patria della democrazia.

Il Centro per le relazioni estere, e la relativa rivista annessa, non sono schierati con nessuna ideologia. Alcuni dei soci sono falchi, altri colombe, alcuni neo-nazisti, altri utopici sinistroidi, la maggior parte di quest’elite di intellettuali politoligi per passione, sta in mezzo, e parla che ti riparla, del futuro, discuti di qua discuti di là, il futuro, alla fine, senza che se ne accorga nessuno, lo plasmano. 

Avete modo di determinare quanto le vostre discussioni influenzino la politica americana?
“Certo”, sorride Gideon. “Facciamo così: su una colonna, a sinistra, mettiamo i nostri articoli e le nostre idee. Su un’altra, attigua, le varie proposte di legge. Per quelle che passano e che ci piacciono, cerchiamo un qualsiasi legame nella colonna di sinistra, anche a costo di tirare un po’ la corda dell’interpretazione. Anche per quelle che non ci piacciono e che sono politicamente oscene, cerchiamo un legame e se c’è ci sbrighiamo a cancellarne ogni traccia”.

L’umorismo è troppo acuto per una conferenza alla stampa estera. Gideon si guarda intorno, abbassa gli occhi e borbotta: “Sarà una giornata difficile, questa”.

Poi, come un mago davanti a una palla di cristallo, Gideon Rose spiega il futuro del mondo a un pubblico che diventa sempre più scettico e che si intristisce visibilmente a ogni parola che lui pronuncia. Perché contrariamente a quello che tutti avevamo pensato nel novembre scorso, quando Barak Obama sembrava aver cambiato il corso della storia, Gideon dice che nulla cambierà nella politica estera americana nei prossimi 4 e nemmeno 8 anni. E sostiene bene la sua tesi.

La priorità dell’amministrazione di Obama – dice il cinico saggio – è mantenere le cose come stanno, evitare che scoppino, che cambino, così da potersi concentrare su ciò che veramente sta a cuore a questa amministrazione, ossia la politica interna, l’ambiente, la sanità, l’istruzione. Evitare, soprattutto, che la recessione ci sprofondi tutti ancora di più in un baratro peggiore di quello in cui ci troviamo.

La politica estera, insomma, sarà diversa nello stile, ma non nei contenuti, rispetto all’amministrazione precedente. Sarà diverso il modo in cui verranno dette le stesse cose. In fondo, “i nemici rimangono gli stessi”, nota Gideon. Difficile dargli torto.

Lo sforzo di Obama sarà riportare l’America a una posizione di leadership nel mondo. Ma anziché essere un capo antipatico, incompetente e ignorante, questa nuova faccia dell’America vuole essere quella di un capo professionale, aggraziato e competente. Prudenza dove prima c’era impulsività, sapienza anziché impreparazione, un diverso orizzonte temporale e la consapevolezza che il mondo contemporaneo consta di diversi centri di potere (“La sollevazione del resto”, la definì il precedente direttore di Foreign Affairs, già alla fine degli anni 90) e che gli Stati Uniti avranno un ruolo di guida paragonabile a quello di un vecchio padre saggio che dà consigli e lascia fare, anche quando fare vuol dire sbagliare.

“Bush era abrasivo, arrogante, antipatico e non dava la giusta importanza ai cambiamenti del mondo, mentre Obama è intelligentissimo, freddo, calcolatore, diplomatico e un cittadino del mondo, anzi, un Benetton che cammina“, nota Gideon. Obama, cosa rara per qualsiasi cittadino americano, ha viaggiato, da piccolo e da grande, è stato esposto al resto del mondo da ben prima di diventare presidente di esso. E questo gli consente di guardare all’America con gli occhi degli altri. Bush, invece, non è andato in Cina neanche quando il padre lavorava li come ambasciatore, un’opportunità che pochi figli al mondo si sarebbero lasciati sfuggire.

Ma nella sostanza, tocca ammettere che da novembre a oggi, non c’è stata nessuna mossa politica alla Zapatero, per intenderci, nessuno stravolgimento delle politiche iniziate da Bush. Solo cambi stilistici. Brucia ammetterlo, perché in Obama ci credevamo e ci crediamo noi tutti cittadini del resto del mondo.

Eppure, a ben pensarci, dopo le recenti elezioni e i relativi cataclismi politici in Iran, non è che sia successo niente di nuovo, non è che l’America, questo grande Zio Sam che tutti detestano e da cui tutti si aspettano protezione e soluzioni, abbia poi fatto granché. Obama ha detto che parlerà con Ahmedinejad. Non lo ha mica fatto. Lo ha detto. Grande dichiarazione, zero azione. Anche Bush Jr. non avrebbe fatto niente, tranne una dichiarazione opposta che avrebbe sollevato un putiferio con lo stesso risultato, ossia niente.

Anche in Afghanistan le truppe Usa sono aumentate, e in Iraq ci sono ancora.
Con la Corea del Nord Obama cerca di non oltrepassare il confine tra l’essere troppo sfrontato e troppo debole, intavolando possibili tavoli di negoziati in cui si parli e poco più. “Fondamentalmente spera che la situazione si risolva da sola”, spiega Gideon.

La Russia “questo potere regionale ferito e dolorante, questo Paese con un passato più che un futuro”, starà lì, a occuparsi dei fatti suoi, e, come il resto del mondo, a determinarseli da sola, i fatti suoi, e non grazie a interventi esterni degli Usa.

Con l’Africa il neo-presidente americano ha un problema morale che non gli permette di ignorarla. Ma quando deve affrontare questioni di Paesi come lo Zimbabwe o il Sudan, in una situazione simmetrica e identica a quella della Corea del Nord, ossia un disastro umanitario causato da regimi dittatoriali, neanche lui, il genio arrivato da Chicago e dalle Hawaii, ha una risposta semplice. Ci sono pochi strumenti utilizzabili dall’esterno per migliorare la situazione. Il più importante, nell’amministrazione di Obama, è Susan Rice, l’ambasciatrice Usa all’Onu e consigliere chiave di Obama. Ma, di nuovo, per dirla con Mina, parole parole parole. 

Per il resto, Bob Gates, ex consigliere alla Sicurezza nazionale dell’era Bush, è sempre al suo posto. Che la dice lunga quanto a cambi sostanziali di politica, e di strategie anti-terrorismo. E Obama, del resto, “non è un burattino nelle mani dei suoi ministri. Il suo consigliere più fidato, e l’unico a cui dia ascolto, è Barak Obama, se stesso”, ci rivela Gideon. E Barak Obama è intelligente al punto da essere furbo e da capire che mantenere lo status quo riportando l’America sul piedistallo e sul trono dove sedeva alla fine della seconda guerra mondiale, sarebbe già di per sé un grande successo.

Sviluppare uno stile moderno di leadership americana globale, che sappia ascoltare gli altri ed essere rispettata come guida, del resto, non è compito facile. Soprattutto dopo gli ultimi 8 anni di George W. Bush. Ma Obama è un diplomatico e un politico sapiente e competente, che sa unire la gente che Bush divideva e che saprà utilizzare le Nazioni unite per i suoi scopi di tecnocrata Usa, ossia per farsi legittimizzare le azioni che Bush si faceva dichiarare illegali. 

“È ridicolo e offensivo che gli Usa debbano avere questo potere, ma questa è la realtà, l’America non rinuncerà a quest posizione di supremazia (scaturita dalla fine della Guerra Fredda, ndr) e tantovale farci i conti, perché la utilizzerà per agire a favore dei beni pubblici globali e degli interessi comuni”. Quest’ultima profezia, almeno, risolleva gli animi nella stanza.

“L’amministrazione di Obama assomiglierà a quella di Clinton in una giornata particolarmente buona, senza il dramma di una soap opera”, aveva predetto Gideon qualche tempo fa. E a distanza di mesi, se la rivendica tutta, questa frase profetica, e si cita da solo.

Insomma, più consultazioni, più attenzioni alle sensibilità degli altri stati e dei personaggi politici che contano, ma, sostanzialmente, niente di nuovo sul fronte occidentale.


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