di Rassegna Stanca

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E sia. Anzi… e così sia! La croce è un simbolo patrio, dunque infiliamola nel tricolore, al centro, in mezzo al bianco. E già che ci siamo sbandieriamo gli altri nostri stemmi.

Sul rosso (che fa tanto pomodoro) potremmo piazzare pizza e spaghetti, sempre sul rosso (che fa tanto sangue) mafia e camorra e ancora sul rosso (che fa tanto bordello) l’effigie della Presidenza del Consiglio.

Il compasso e la squadra meritano un posto vicino alla croce (a eterno ricordo delle crociate, quelle cristiane e quelle della P2). Il verde è il colore dei soldi, dei prati, del paesaggio: è eccezionale come sfondo dell’immagine delle mazzette, delle banche, dei furbetti del quartierino, del pallone di calciopoli, delle case abusive, delle frane, delle alluvioni.

Gli omicidi bianchi hanno già il loro colore e sul bianco, che fortuna, troverebbero la croce a segnare la tomba dei morti sul lavoro. Manca qualcosa? Ah, sì, l’asta, così perfetta come palo per le antenne tv, come manganello o come bastone dell’ombrello di Cipputi.

Quanto a Calderoli e Borghezio, con la loro faccia ci farei un francobollo. Per mandarli lì dove so io.

di Redazione

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di Marco Lorenzi – Bandiere. Rosse, con la mezzaluna e la stella bianche nel mezzo. Ovunque. Davanti ad ogni edificio pubblico, e va bene. All’ingresso dei siti archeologici, e va ancora bene anche se a volte garriscono proprio sulle rovine di un tempio greco. Per le autostrade, e qui già si comincia a dire mah. Sugli sfondi degli schermi dei computer alle reception degli alberghi, e stramah. Per strada, vendute dai barboni in cambio di mezzo euro come da noi i santini della Madonna, e superstramah.

Il rapporto dei turchi con la bandiera nazionale è qualcosa di incomprensibile per noi, come del resto tante altre cose che hanno a che fare con il rapporto con il proprio Paese. A partire da quello con il padre della patria Ataturk, l’unico culto novecentesco della personalità che sia sopravvissuto alla morte dell’interessato. Per arrivare a quello con l’intera comunità nazionale: come possiamo infatti cogliere, con il nostro cervello e le nostre viscere italiane, che secondo molti sondaggi i turchi ritengono di potersi pienamente fidare solo di un altro turco?

Questo senso di appartenenza, coltivato accortamente da uno Stato che ha sostituito la Nazione alla Religione, è come sempre a doppio taglio. Quanto più include chi ne fa parte, tanto più esclude chi ne è fuori. Penetrare l’anima di un turco è possibile solo fino ad un certo punto, e c’è la sensazione di rischiare ad ogni momento l’offesa se si prova anche solo a dire una di quelle banalità da bar, tipo: “Certo che Ankara come citta’ offre proprio poco”, oppure “La costa del Mar Nero non è poi cosi’ bella”. E’ difficile trovare i parametri giusti, insomma, e bisogna sempre stare un po’ in guardia.

Cosa che a qualcuno non riesce sempre così bene, tipo gli americani, sempre molto diretti nei loro giudizi. O i tedeschi, che si farebbero tagliare un braccio pur di non criticare qualcosa che a loro non va. I turchi tendono a non attribuirsi alcuna responsabilità, presente o passata, e normalmente individuano in qualcuno o qualcos’altro la causa dei loro problemi. Ad Ankara hanno impiegato sei mesi, invece dei due programmati, a scavare un tunnel in una delle vie centrali della città e il Sindaco ha pensato bene di incolpare il Consolato russo, perché non ha dato tempestivamente l’autorizzazione a costruire su un pezzo di terra di sua proprietà. Deve considerare naturale iniziare dei lavori senza avere tutti i permessi necessari.

E’ un tratto della psicologia nazionale che trova solo poche, sporadiche eccezioni in qualche eccentrico intellettuale di Istanbul, e che d’altra parte non è cosi’ difficile da capire, se si prova a guardarsi un po’ indietro. Senza la tragedia della seconda guerra mondiale, e la catastrofe che ne venne a tutta l’Europa, nessuno dei nostri Paesi sarebbe immune da quel tipo di malattia. Perché di malattia si tratta, parliamoci chiaro. E’ una tara che riempie di tabù la vita sociale, e quanti più sono gli argomenti sottratti alla discussione pubblica, tanto meno democrazia c’è.

Se i turchi vogliono davvero entrare nell’Unione Europea, dovranno abituarsi a stare ogni santo giorno in mezzo a gente disposta a sbattere loro in faccia tutti i loro difetti. Che non sono tanti, o quantomeno non piu’ di tutti gli altri. Ma sembrano moltissimi, se si rifiuta anche solo di prendere in considerazione l’eventualita’ di averne.

Marco Lorenzi, 44 anni, vive e lavora (e gioca a calcetto, anche) ad Ankara.

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 26 aprile 2007]