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Dopo Mao e Silvio Berlusconi, si sa che il culto della personalità ha fatto di Barack Obama un’icona glamour ancora prima che diventasse presidente. L’obamamania si alimenta in molte parti del pianeta arricchendosi di aneddoti e tra questi sono destinati a moltiplicarsi quelli ascrivibili alle sue preferenze gastronomiche. Certo, ma quali?
In pochi mesi di presidenza, Obama si è segnalato per due gesti che visti da lontano appaiono contraddittori, ma che sembrano invece parimenti ispirati a riscuotere consenso fra un elettorato, o fra quella parte di cittadinanza, cui un uomo politico progressista dovrebbe guardare con più attenzione: le classi meno abbienti e quello che viene definito il ‘ceto medio riflessivo’ (definizione che fa a sua volta riflettere). Così le cronache riportano di hamburger consumati in un fast food e di un orto biologico coltivato nel giardino della Casa Bianca.
La comparsata nel fast food non è una novità e già la sua prima apparizione destò il revanscismo di coloro che a destra o a manca (nel senso che manco a sinistra, se ancora lì si collocano certi figuri, si sono risparmiati commenti compiaciuti) rivendicavano la riabilitazione del junk food come una scelta pro-poor di cui Obama sarebbe interprete e paladino (Si veda Fausto Carioti il 16 settembre 2008 su Libero, Il nemico McDonald’s salva i poveri dalla fame; o Chicco Testa il 13 gennaio 2009 sul Riformista, L’hamburger molto OGM di Obama).
Il Presidente è tornato recentemente in un fast food per un altro pasto rapido, se questo può essere vero per un uomo circondato da guardie del corpo e giornalisti, oltre che da un’inevitabile corte di altri avventori, per mangiarsi un cheeseburger con senape – ma senza ketchup – insieme al suo Vice Joe Biden e poi tornare al lavoro: un bagno di visibilità che lo rende molto americano-medio e, in quanto tale, apprezzato e apprezzabile.
Analogamente, sempre giocando di sponda con la “Vice” Michelle, gli Obama hanno dissodato il giardino della Casa Bianca per seminarci pomodori e carote biologiche. Qualcosa di simile l’aveva fatto (fare) anche Laura Bush, ma discretamente, senza riflettori e amplificatori anche perché era difficile vendere tale scelta sul mercato della propaganda mentre suo marito (m)andava a irrorare di fosforo bianco i palmeti (e – accidentalmente – le teste) degli iracheni.
Negli USA i farmers’ markets, la community supported agriculture, la spesa biologica e la ristorazione slow sono divenuti di moda fra fricchettoni, liberal e intellighenzia variamente assortiti e addirittura Wal-Mart ha varato lo scorso anno una politica di acquisti locali (si fa per dire, gli acquisti si realizzano nel raggio di 150 km dall’area di vendita) per 400 milioni di dollari volta ad abbattere i costi di trasporto, ma anche a rifarsi un’immagine come multinazionale glocal e sostenibile.
La scelta dell’orto domestico bio, di cui non va comunque sottovalutata la portata simbolica, si iscrive quindi nel solco di una tendenza che negli States comincia a radicarsi, rimanendo tuttavia ancora elitaria.
Il cheeseburger è invece il classico prodotto di massa (anche nel senso più antidietetico del termine: negli USA nel biennio 2005-’06 il 33.3% dei maschi adulti e il 35,3% delle donne erano clinicamente obesi e il fenomeno interessa anche una larga parte della popolazione infantile e adolescente, dice uno studio del Centre for disease control and prevention) e la scelta di Obama e Biden di andare a fare uno spuntino nel fast food circondati di telecamere sembra intesa ad appagare molto più gli obblighi di immagine che palato e stomaco.
Fenomenologia pop, in entrambi i casi, verrebbe da concludere, ma con sagace spirito cerchiobottista che tutto tiene insieme: l’hamburger ormonato e la zucchina steineriana.








