di Redazione

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di Clothilde Le Coz

Le autorità iraniane lanciano una nuova offensiva contro Internet.
La velocità di connessione ad Internet è stata ridotta in diverse città alla vigilia del trentunesimo anniversario della Rivoluzione Islamica. Questa tattica era già stata utilizzata, in passato, in vista di eventi che l’opposizione avrebbe potuto sfruttare per esprimere il proprio dissenso. Molti siti web sono stati attaccati da hackers: tra questi, Radio Zamaneh, insidiata dal “cyberesercito”, un gruppo legato alla Guardia Rivoluzionaria.

Le autorità iraniane inoltre, fatto ancora più allarmante, stanno proseguendo con violenza sempre crescente nella loro strategia mortale di mettere a tacere i blogger. Come già avevo scritto su MediaShift, le autorità hanno arrestato e incarcerato regolarmente i blogger per fare pressione sugli attivisti per i diritti umani e su coloro che hanno contestato la rielezione del Presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Al momento, due internauti e attivisti per i diritti umani, Mehrdad Rahimi e Kouhyar Goudarzi, sono accusati di condurre una “guerra contro Dio”. Le conseguenze di una simile imputazione sono immediatamente chiare, se si ricorda che a Teheran due uomini sono stati condannati a morte, e giustiziati il 28 gennaio scorso, per simili accuse: Rahimi e Goudarzi rischiano la pena capitale.

Le autorità hanno messo in chiaro che hanno intenzione di mandare a morte i mohareb, i “nemici di Dio”. Rahimi, che cura Shahidayeshahr, e Goudarzi, che tiene un blog personale, fanno entrambi parte del Comitato dei Giornalisti per i Diritti Umani, creato da studenti e blogger per dare informazioni sulla repressione che ha fatto seguito alle elezioni del 12 giugno.
Ma di certo Rahimi e Goudarzi non sono i soli a rischiare, in Iran.

Blogger e giornalisti sotto processo

Nell’ultimo processo, iniziato il 30 gennaio, sedici imputati sono accusati di essere, appunto mohareb, nemici di Dio, e di compiere attività ostili alla sicurezza nazionale. Tra loro c’è Omid Montazeri, un giovane reporter che scrive per varie testate, arrestato il 28 dicembre. Montazeri ha rilasciato interviste a giornali stranieri e scritto per Shargh e Kargozaran, due giornali che sono stati chiusi dal governo. È stato arrestato dopo essere stato convocato a riferire davanti alla corte rivoluzionaria.
Il giorno prima dell’arresto, agenti dei servizi segreti hanno perquisito la sua casa e arrestato sua madre Mahin Fahimi. Entrambi sono stati poi trasferiti in un luogo di detenzione sconosciuto.

Come è già successo nei processi-spettacolo in stile stalinista celebrati ad agosto, gli imputati non sono autorizzati a parlare con i loro avvocati, e gli avvocati da loro scelti non sono informati precisamente sulle accuse rivolte ai loro clienti. Al loro posto, il procuratore di stato di Teheran ha nominato degli avvocati difensori legati ai servizi segreti.

Le notizie trapelate finora dicono che si sta facendo pressione su Montazeri perché confessi legami con gruppi stranieri che si oppongono al regime. Il suo avvocato non ha potuto visitarlo in carcere, né consultare il suo fascicolo accusatorio. Non gli è stata nemmeno resa nota la data in cui Montazeri sarà chiamato a processo. In ogni caso, l’avvocato non potrà prendere parte al processo. Sembra chiaro che Montazeri sia destinato a subire la stessa sorte di suo padre, arrestato per motivi politici e poi ucciso nel 1988.

Una farsa giudiziaria

Questa nuova serie di processi politici viola le stesse leggi iraniane. Reporters Senza Frontiere ha messo in guardia la comunità internazionale sul fatto che il regime è ormai capace di andare fino in fondo nei suoi macabri propositi e giustiziare giornalisti e blogger. I leader del regime sembrano pensare che giustiziare i prigionieri servirà a ripristinare la calma in Iran. Per loro, paura è sinonimo di pace.

Secondo informazioni ottenute da Reporters Senza Frontiere, molti dei giornalisti arrestati a Teheran dopo le dimostrazioni del 27 dicembre sono detenuti dalla Guardia Rivoluzionaria nella sezione 240 del famigerato carcere di Evin e stanno subendo pressioni affinché confessino. Diversamente da quanto prevede la legge iraniana, i loro nomi non appaiono nei registri ufficiali della prigione, né sul sito internet del ministero della giustizia.

Le autorità spiegano che “un cambiamento della procedura giudiziaria, non previsto inizialmente dalla legge” è il motivo per cui gli avvocati non sono autorizzati ad incontrare i loro clienti. Sono state anche introdotte nuove procedure nelle investigazioni, per cui adesso i casi sono affidati ad uno “specialista” prima di giungere all’ufficio del procuratore. Durante questo periodo straordinario, nessuna informazione è dovuta ai parenti o agli avvocati del detenuto.

Le minacce ai media

Mohammad Ali Ramin, negazionista dell’Olocausto e consigliere del Presidente Mahmoud Ahmadinejad, ha già ripetutamente lanciato avvertimenti e minacce ai mezzi di comunicazione, in particolare alla carta stampata. Ramin ha dichiarato che i quotidiani vengono sospesi per renderli più compiacenti. Tre giornali sono stati chiusi dal 14 gennaio.

Tuttavia, ci sono anche delle buone notizie. Grazie al sostegno delle autorità francesi, undici giornalisti e blogger iraniani perseguitati sono recentemente giunti in Francia, dove hanno chiesto asilo. Alcuni sono stati raggiunti dalle famiglie. Il 5 gennaio scorso tre giornalisti perseguitati in Iran, Benyamin Sadr, Sepideh Pooraghaiee e Ghasam Shirzadian, hanno trovato rifugio a Dijon.

Reporters Senza Frontiere riceverà un aiuto in denaro dalle autorità regionali e dipartimentali per sostenere le spese necessarie alle loro necessità di base e per sostenere finanziariamente la loro integrazione nella società francese attraverso corsi di lingua e aiutandoli nella ricerca di un alloggio.
Sono quelli fortunati, loro.

Clothilde Le Coz ha lavorato per Reporters Senza Frontiere a Parigi a partire dal 2007. Al momento è direttrice dell’ufficio di Washington dell’organizzazione, che ha come obiettivo la promozione della libertà di stampa e di parola nel mondo.
Nell’ufficio parigino si occupava in particolare della libertà di espressione via Internet, lavorando soprattutto su Cina, Iran, Egitto e Tailandia. Le Coz ha anche curato un “Manuale per blogger e cyber-dissidenti” pubblicato nel 2005. Il suo ruolo attuale è quello di rivolgersi ai lettori e alla politica perché siano consapevoli delle minacce costanti alle quali i giornalisti sono sottoposti in molti paesi del mondo.

[Questo articolo è stato pubblicato su MediaShift lo scorso 9 febbraio. Traduzione dall'inglese di Tiziana Zoccheddu]