di Redazione
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Ecco la terza previsione “a naso” – in ordine di tempo - di Novamag sulla base dei dati scrutinati e delle proiezioni Emg:
CENTRODESTRA 6 REGIONI (ne aveva 2), CENTROSINISTRA 7 REGIONI (ne aveva 11)
VENETO era centrodestra resta al centrodestra
LOMBARDIA era centrodestra resta al centrodestra
PIEMONTE era centrosinistra va al centrodestra
EMILIA-R era centrosinistra resta al centrosinistra
LIGURIA era centrosinistra resta al centrosinistra
TOSCANA era centrosinistra resta al centrosinistra
UMBRIA era centrosinistra resta al centrosinistra
LAZIO era centrosinistra va al centrodestra
CAMPANIA era centrosinistra va al centrodestra
BASILICATA era centrosinistra resta al centrosinistra
PUGLIA era centrosinistra resta al centrosinistra
CALABRIA era centrosinistra va al centrodestra
di Massimiliano Di Giorgio
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La possibilità che la scelta del governo di tornare al nucleare pesi in negativo per il centrodestra nelle elezioni regionali di fine marzo sembra avere più credito tra i politici che tra esperti di sondaggi e osservatori, anche se un sondaggista dice che una campagna elettorale più “all’americana”, più diretta, da parte del centrosinistra potrebbe spostare voti.
Dopo la legge dell’estate 2009 che sancisce il ritorno dell’Italia al nucleare, il 10 febbraio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che definisce i criteri per la scelta delle aree adatte alla localizzazione delle nuove centrali.
ll ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha detto che i primi lavori per i cantieri cominceranno nel 2013, con l’obiettivo di produrre energia elettrica dal 2020. Per il momento, però, non ci sono indicazioni ufficiali sui siti in cui potrebbero sorgere i nuovi impianti atomici.
Domenica scorsa l’Enel non ha voluto fare commenti su una lista diffusa dai verdi in cui vengono elencati alcuni siti in diverse regioni che sarebbero il frutto di un accordo tra Eenel e la francese Edf.
Ma se il governo Berlusconi è dichiaratamente nuclearista, i candidati presidenti regionali di Pdl e Lega sembrano molto più cauti, quando non direttamente ostili alla costruzione di centrali nelle loro regioni.
E’ il caso del ministro leghista delle Politiche Agricole, Luca Zaia, in corsa per la presidenza del Veneto, che dice di “non essere contrario al nucleare”, chiedendosi però “dove possano essere installati i siti nucleari in una regione come il Veneto”.
“Il Veneto ha già dato, per l’energia… Bisogna dirlo a tutte le regioni che invece non hanno fatto la loro parte”.
Ma il tema del nucleare conterà nella campagna elettorale? “Non lo so, non lo sa nessuno”.
Anche Filippo Penati, candidato del centrosinistra in Lombardia e contrario “ma non pregiudizialmente” al nucleare, dice di non sapere quanto può pesare la questione in campagna elettorale: “Non lo so, credo che il problema principale per i cittadini sia quello del lavoro, della crisi”.
IL RIMPROVERO DI SCAJOLA
Per un altro leghista, Roberto Cota, candidato dal centrodestra alla presidenza del Piemonte, quello del nucleare “avrà un peso come altre questioni”.
Cota dice di essere favorevole all’energia atomica, ma non si spinge fino a chiedere di costruire centrali in Piemonte “perché è una questione tecnica, non politica, dipende dalle necessità. Nel momento in cui si dovesse decidere, andrei a spiegare ai cittadini perché”.
Nei giorni scorsi, lo stesso Scajola, in un intervista al “Corriere della Sera” aveva criticato i candidati presidenti del centrodestra contrari al nucleare, almeno nelle loro regioni, dicendo che “stanno sbagliando”.
“Penso che un politico, a tutti i livelli, abbia il dovere di dire la verità ai cittadini, di approfondire gli argomenti, e con coraggio indicare il futuro. Anche in campagna elettorale”, ha detto il ministro.
“Allora Scajola cominci a mettere una bella centrale a Imperia, suo feudo elettorale”, è la risposta di Fabio Granata, deputato del Pdl vicino a Gianfranco Fini che ha votato contro la legge sul nucleare.
“Credo che verso alcune questioni che riguardano la qualità della vita nei territori l’attenzione delle persone sia fortissima, mentre talvolta essa viene sottovalutata per ragionamenti economici”.
Il parlamentare, che si dice non pregiudizialmente contrario al nucleare, ma vorrebbe quello di cosiddetta “quarta generazione” senza scorie – ancora allo studio – è convinto che la questione conterà, nel voto regionale di fine marzo.
“A livello parlamentare la cosa è passata in modo indolore, ora che bisogna passare all’applicazione si vedranno le spine. Gli italiani, sul piano teorico, saranno anche più favorevoli di prima sul ritorno al nucleare. Ma sul piano pratico, no. Quindi la questione del nucleare avrà un peso. Se un candidato presidente si dichiara favorevole alle centrali atomiche, rischia di perdere consensi”.
L’opinione pubblica italiana, spiega Roberto Weber, direttore dell’istituto di ricerca Swg, in passato era per due terzi contraria al nucleare. “Negli ultimi quattro o cinque anni è cominciata un’inversione forte. Continua a prevalere il no, ma con una differenza di 4-5 punti percentuali”.
FAVOREVOLI IN TEORIA, CONTRARI IN PRATICA
Weber cita il caso del Lazio, dove sia la leader radicale Emma Bonino, candidata presidente del centrosinistra, che la sindacalista Renata Polverini, in corsa per il centrodestra, hanno detto no al nucleare: “Il 50% circa degli intervistati rispondono di essere favorevoli in generale all’energia nucleare. Ma quando si parla di installare una centrale nel Lazio, i favorevoli calano al 28%”.Insomma, l’opinione dei cittadini-elettori cambia se la questione viene “strettamente correlata all’associazione del rischio per la loro vita”, e “le élite politiche rispecchiano in maniera sublime l’orientamento dell’opinione pubblica ‘crassa’”, dice Weber. Secondo cui, però, ” se il centrosinistra si focalizzasse con forza e modalità comunicative nordamericane sul tema delle centrali, mostrandone i pericoli, sposterebbe parecchio in termini di voto”.
“Noi cerchiamo di far pesare la questione – assicura Ermete Realacci, deputato Pd e presidente onorario di Legambiente – perché è esemplificativa del diverso rapporto con l’ambiente che hanno il Pdl e il Pd. Ed è chiaro che a destra c’è una forte sofferenza, viste le dichiarazioni dei candidati presidenti”.
“Non permetteremo che la questione delle centrali nucleare venga nascosta”, dice Realacci.
Per Nicola Piepoli, uno dei più noti esperti italiani di sondaggi, quello del nucleare è però un tema “scarsamente elettorale, perché è un argomento del ‘fare’. Durante le elezioni invece si parlerà del futuro generico, dei sogni”.
Secondo Piepoli, i candidati presidenti dovrebbero comunque evitare di toccare il tema del nucleare, perché “parlarne in ogni caso, che sia in bene o in male, danneggia”.
E comunque per il sondaggista, nucleare o meno, le prossime Regionali saranno favorevoli alla destra. Il Pdl e la Lega, prevede conserveranno Lombardia e Veneto, e potranno invece vincere in una delle sette regioni oggi incerte, mentre il centrosinistra conserverà Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche. “In ogni caso il centrosinistra perderà qualcosa, e non è un’anomalia, visto che in IItalia c’è una normale tendenza verso destra”.
“NON DURANTE IL MIO MANDATO”
“Per il momento il nucleare è un tema da giornali, più che popolare. Nell’agenda delle elezioni il nucleare non è ancora entrato”, dice Antonio Noto, direttore dell’istituto di ricerca Ipr Marketing, che elabora numerosi sondaggi per Repubblica.it.
“Il governo non ha stilato l’elenco dei siti, tutti i candidati del centrodestra stanno facendo in modo che l’argomento non influenzi la loro campagna. Per quanto il tema sia prioritario, si fa di tutto per tenere il tema delle centrali nucleari, e dei depositi delle scorie, fuori dall’agenda”.
Per Antonio Polito, direttore del quotidiano “Il Riformista”, il tema del nucleare “non avrà un gran peso elettorale, ma sullo stesso sviluppo delle centrali”-.
Per Polito, che è ospita regolarmente interventi a favore del nucleare, “la questione ormai non è più quella del Nimby (Not In My Back Yard, non nel mio cortile) da parte dei cittadini, favorevoli magari in teoria ma poi contrari alla costruzione di siti nella loro regione. Siamo passati al Nimto (Not In My Term of Office, Non durante il mio mandato di governo). Insomma, dire sì a un’opera pubblica è sempre più difficile che dire no. Spiegare è complicato ed è rischioso, si rischia di perdere”.
di Corrado Morricone
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Tre anni fa, quando in pieno governo unionista furono presentati i DiCo, su Novamag descrivemmo i contenuti del provvedimento e lo etichettammo come frutto di un approccio realista e pragmatico alla questione e alla situazione politica esistente. Quel progetto di legge, in seguito, fece una brutta fine come tutta l’azione del governo Prodi, ridotto all’immobilismo ed alla continua mediazione da una risicata maggioranza parlamentare che, prima a sinistra e poi al centro, ha visto continue defezioni fino a ridursi a minoranza.
Il tramonto della proposta che in Italia abbia mai avuto le maggiori possibilità di essere approvata non ha significato, tuttavia, l’abbandono da parte di politici e parlamentari dell’idea di regolamentare le unioni di fatto, possibilmente introducendo nuovi e più o meno consistenti diritti ai conviventi e alle persone a loro vicine.
Per quel che riguarda l’attuale maggioranza, in particolare ha fatto un leggero rumore, nel settembre del 2008, l’annuncio da parte dei ministri Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi della presentazione di un progetto sui cosiddetti DiDoRe, acronimo che sta per “Diritti e doveri di reciprocità”. Un mese dopo in parlamento è arrivata la proposta di legge da parte di numerosi parlamentari della maggioranza: come previsto dall’articolo 1, è un provvedimento che innanzitutto dovrebbe tutelare l’istituto della famiglia tradizionale intesa come unica forma di famiglia e, solo in secondo luogo, prendere atto di forme alternative di convivenza.
A differenza dei DiCo, però, i DiDoRe non offrono reversibilità della pensione, non pongono innovazioni sul piano testamentario, ma si limitano ad intervenire senza oneri statali sulla regolamentazione di alcuni casi, cioè l’assistenza in caso di malattia o ricovero (articoli 3 e 4, permettendo al convivente la visita nelle strutture ospedaliere e concedendo la responsabilità di decidere su donazione degli organi e su questioni in materia di salute e di fine vita, previa designazione scritta con testimoni), i diritti sull’abitazione (articoli 5 e 6, secondo i quali si ha diritto ad usufruire per sempre, salvo nuova relazione di fatto o matrimoniale, della casa di proprietà del convivente defunto, o a subentrargli in un contratto di locazione), gli obblighi alimentari (articolo 7).
Nonostante questo passo indietro, la proposta di legge ha subito molte critiche dalla stessa maggioranza che l’ha proposta (tra gli altri, il capogruppo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Carlo Giovanardi), ed è ancora arenata all’esame in commissione, dopo quasi un anno e mezzo dalla sua ideazione.
Stessa ostilità (tanto da bloccarne anche la conferenza stampa di presentazione) hanno trovato le altre proposte di legge da parte del Pdl, di cui una costituzionale, da parte dei senatori Salvo Fleres, Bruno Alicata e Maria Ida Germontani. La modifica dell’art. 29 della carta da loro proposta lo scorso aprile va chiaramente in direzione della tutela (e, in un certo senso, di una più precisa definizione, della famiglia tradizionale): «La Repubblica riconosce e tutela i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e garantisce i diritti individuali scaturenti dai rapporti di coppia come stabiliti dalla legge».
Il solco, insomma, sembra essere quello dei DiDoRe; gli stessi senatori, però, in due differenti disegni di legge (del novembre 2008 e dell’aprile 2009) propongono la reversibilità della pensione in assenza di legittimati e la cosiddetta “separazione breve” in assenza di figli minori (altra innovazione del nostro diritto di famiglia da tempo discussa e mai approvata).
Sembra inutile sottolineare come, anche in questo caso, l’esame dei provvedimenti non sia ancora iniziato.
Fortuna migliore non stanno avendo le proposte di legge che vengono dall’opposizione, in particolare dal Partito democratico: ricordiamo quella firmata da Paola Concia, Livia Turco ed altri, che intende istituire e garantire l’assunzione di responsabilità genitoriale anche da parte del compagno di uno dei genitori biologici, che quindi si troverebbe non solo dei diritti, ma anche dei doveri di tipo materiale, economico e patrimoniale nei confronti del minore.
La stessa Concia, inoltre, ha presentato un pdl sulla disciplina dell’unione civile che non interviene né sull’istituto del matrimonio, né sulla disciplina dell’adozione né sulla condizione giuridica dei figli, ma solo sull’assetto giuridico e patrimoniale della coppia, e un altro pdl che ricalca quello sui Pacs presentato in passato da Franco Grillini e che tocca temi quali l’assistenza sanitaria, l’assistenza penitenziaria, la concessione della pensione di reversibilità in coppie sussistenti da più di due anni, i diritti successori e, ovviamente, lo scioglimento dello stesso patto di solidarietà.
Nel Pd, bisogna ricordarlo, era stato Ignazio Marino a inserire nel proprio programma di candidatura alle primarie la necessità di istituire le unioni civili (in questo caso, sul modello delle norme vigenti nel Regno Unito).
L’attuale maggioranza parlamentare, quindi, al di là di sporadiche e modeste iniziative, non sembra affatto orientata al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e alla loro eventuale regolamentazione: basta vedere come, nei giorni scorsi, la candidata Pdl nel Lazio Renata Polverini (che sul suo blog aveva scritto: «Sono favorevole a regolamentare le unioni di fatto, a patto di non produrre un matrimonio di serie B. Allo stesso tempo, sono convinta che diritti e doveri reciproci debbano essere riconosciuti alle coppie che vivono fuori del matrimonio») sia stata bloccata e rimbrottata da una serie di esponenti locali e nazionali del suo partito, nonché da alleati nella corsa alla guida della regione.
Se non può essere la «falange armata monoetica» (la citazione è di un deputato Pdl) a seguire questa strada, se l’opposizione è divisa ed equivoca in questa materia (e comunque, per il semplice fatto di essere minoranza, può difficilmente produrre una proposta che trovi l’appoggio della maggioranza), può forse intervenire la corte costituzionale ad innovare, fortemente, la situazione esistente: infatti il prossimo 23 marzo sarà chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale agli articoli 2, 3, 29, 117 della carta sollevata dal Tribunale di Venezia di fronte al caso di una coppia di uomini che aveva chiesto la pubblicazione del proprio matrimonio, e che di fronte al rifiuto dell’ufficiale di stato civile si è rivolta alla giustizia.
Tra le tante possibilità che possono scaturire da questa richiesta (secondo la quale «le opinioni contrarie al riconoscimento alla libertà matrimoniale tra persone dello stesso sesso, fatte proprie dall’Avvocatura dello Stato resistente, per giustificare la disparità di trattamento invocano ragioni etiche, legate alla tradizione o alla natura.
Si deve tuttavia obiettare che tali argomenti non sono idonei a soddisfare il rigore argomentativo richiesto dal giudizio di legittimità, non solo perché, come si è già messo in luce, i costumi familiari si sono radicalmente trasformati, ma soprattutto perché si tratta di tesi alquanto pericolose quando si discute di diritti fondamentali, posto che l’etica e la natura sono state troppo spesso utilizzate per difendere gravi discriminazioni poi riconosciute illegittime (si pensi alla disuguaglianza dei coniugi nel diritto matrimoniale italiano preriforma e al divieto delle donne di svolgere alcune professioni, entrambi fondati sulla convinzione che le donne fossero naturalmente più deboli»).
C’è anche la possibilità di un eventuale riconoscimento del matrimonio omosessuale tout court, come avvenuto in Massachussets, in Sud Africa e in Canada, o come potrebbe (di nuovo) avvenire in California, dove prossimamente, a San Francisco, partirà un processo per il riconoscimento dei matrimoni gay, che potrebbe anche arrivare in Corte Suprema e quindi essere vincolante per tutti gli Stati Uniti – e c’è da aggiungere che il giudice federale che emetterà la sentenza è, a sua volta, omosessuale.
Per restare all’Italia, una eventuale sentenza della Corte che recepisca le istanze della coppia veneziana avrebbe il paradossale, e per certi versi divertente, effetto di portare l’Italia ad avere un istituto matrimoniale che nessuna delle forze politiche presenti in parlamento si sogna minimamente di approvare, a dimostrazione che, come tante altre cose, se uno vuole il primato della politica (anche sull’etica) bisogna saperselo guadagnare. Per una legislazione più matura e più vicina alla realtà è quindi necessario attendere, salvo miracoli, la fine della legislatura.