di Redazione

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di Simone Sarasso – Ne ha già parlato Aldo Grasso, lo so. E ci ha scritto pure un ottimo libro. Libro che non ho (ancora) letto, e quindi mi sento in parte scagionato da possibili “sincronie”. Ne aveva scritto tempo fa un giornalista del Guardian riguardo ai Sopranos, paragonando l’autore della serie a Dickens e lo show al moderno feuilleton.
E secondo me non aveva torto.

Anzi. Da tempo sono un sostenitore della commistione tra letteratura, cinema, videogames, fumetti e rete. Se ne sarà accorto chi ha dato un’occhiata a Confine e se ne accorgerà (con annesso sobbalzo sulla sedia) chi leggerà le produzioni venture (J.A.S.T. e United We Stand in testa, ma pure Settanta, il seguito di Confine di Stato).

Credo che la letteratura (specie quella italiana) si sia svecchiata parecchio negli ultimi dieci anni e abbia sempre meno paura di strizzare l’occhio ai media mainstream. Un vecchio adagio anni Sessanta riservava il massimo dell’espressione intellettual-rivoluzionaria a ristretti spocchiosi circoli sinistrorsi in cui imberbi Che Guevara si sciroppavano infiniti polpettoni eisenstaniani, lottando per tenere gli occhi aperti ed emozionandosi sinceramente una volta squarciato il velo.

Già nei primi Ottanta l’epilogo della faccenda mostrava il suo vero volto dai fotogrammi del capolavoro di Paolo Villaggio: Fantozzi che urla “La Corazzata Kotiomkin (nel film l’originale Potemkin era stato storpiato per questioni di copyright) È UNA CAGATA PAZZESCA!” è un’intera epoca che fa i conti col proprio immaginario.
Paolo Villaggio stesso, amico intimo di De Andrè ed esponente della crème dell’intelligentjia di sinistra della Genova del Sessantotto, cambia strada. E si dà al mainstream. Con tutto l’orgoglio e l’ironia di cui quella generazione di geniacci fu capace.

In un’intervista che cito spesso, Jean Jacques Annaud, regista de Il nemico alle porte, svela una dei più grossi segreti della nostra epoca in materia di entertainment: qualunque storia popolare, di questi tempi, deve fare i conti coi blockbuster hollywoodiani.
Nello specifico Annaud non si vergogna (e lo dice a chiare lettere all’intervistatore) di usare moderne tecniche di ripresa, effetti speciali e scene d’azione da cardiopalma per raccontare una storia che di yankee non ha nemmeno l’ombra. La storia è quella di un cecchino russo, Vassili Zaitsev, durante la battaglia di Stalingrado. Niente di più palloso, potenzialmente. Un’altra Potemkin. E invece no, perché il cecchino ha la faccia di Jude Law, è cool perché centra i nazi col fucile da sniper, e tutta la storia è costellata di azione, esplosioni, emozioni forti.

Evitando di storcere il naso di fronte al mainstream, Annaud ha raccontato una storia misconosciuta e nodale. La storia di un eroe comunista a difesa dell’ultimo baluardo di libertà in Europa: Stalingrado. Questo genere di storia sarebbe stata benissimo nei cineforum di quarant’anni fa. I Guevara della Bassa si sarebbero entusiasmati e avrebbero speculato sul carattere rivoluzionario e antiamericano dell’opera. Avrebbero brindato a Stalin e Krusciov. Mai e poi mai avrebbero immaginato che di una storia del genere se ne potesse fare una produzione Paramount in grande stile.

In tempi più recenti, il lavoro di Wu Ming ha delle analogie con questo atteggiamento. Se si pensa a 54, si riconoscerà tra i personaggi Ivan Alexsandrovic Serov, il primo Presidente del KGB. Immaginatevi che appeal possa avere un personaggio del genere sul lettore medio. Eppure, grazie alla bravura dei narratori, Serov non sfigura di fianco a Cary Grant. E non sembra nemmeno così bidimensionale come Ernst Stavo Blofeld (il capo della Spectre) nei romanzi di Fleming.

E qui ci avviciniamo alle serie tv.
La narrazione popolare ha bisogno di grandi storie. E se le storie che racconta hanno un doppio fondo reale (vedi Annaud, così come i libri del ciclo americano di Evangelisti), tanto meglio. Ché la memoria collettiva ha sempre un gran bisogno di essere rinfrescata.
Qualunque storia, però, per essere compresa, deve parlare la lingua del proprio tempo. Ed è questo il motivo per cui le serie tv hanno un pubblico maggiore degli sceneggiati RAI.

Prendiamo LOST. Milioni di telespettatori in tutto il mondo. Fan che si strappano i capelli e darebbero un braccio per un’anticipazione sulla prossima serie. Geeks de noantri che si scaricano le puntate il giorno dopo che sono uscite in America. E le guardano in inglese, pur di sapere come va a finire.

Perché? Perché non funziona così anche con la nostra fiction su Garibaldi?

E dire che i temi della nostra produzione in camicia rossa sono ben più importanti: il sogno di un Paese, le nostre radici, il miraggio dell’unità. Il sangue e la polvere di quei giorni. Mica roba da poco…

E invece LOST cosa mette sul piatto: temi triti e ritriti. Il Triangolo delle Bermude, l’Isola di Gilligan, la teoria del complotto, una spolveratina di crime novel e di commedia brillante, quattro scopate e un po’ di mistero. Eppure… Un miliardo di spettatori da una parte e nemmeno trecentomila dall’altra.

Dove sta il segreto? Non in quello che si dice, ma in come lo si dice.

Gli sceneggiatori di LOST ci fanno saltare sulla sedia. Ogni puntata apre con un problema apparentemente insolubile e una scena d’azione. Nel corso dell’episodio il problema si risolve, ma prima della fine stai pur certo che se ne presenterà un altro. Un altro così difficile da risolvere che non vedi l’ora che sia ancora mercoledì. Finisci per diventare schiavo della continuity. E tutta la situazione si esaspera ancora di più quando l’episodio è l’ultimo della serie. Perché la voglia ti deve rimanere addosso per sei mesi almeno.
E i personaggi? Non è più bella la nostra Anita con la faccia della bellissima gossippara di turno in confronto a quella sciacquetta di Kate? No, signori. Affatto. E non perché le donne di casa nostra siano meno attraenti di quelle d’oltreoceano. Ma semplicemente perché la Kate di LOST è un personaggio complesso, pieno di rimorso e senza direzione. Che soffre a ogni passo e si vede. In più, aggiungici faccia e corpo da modella e una voce doppiata da un cavallo di razza.

Anita sarà pure bellina, ma come apre bocca viene fuori quel romanaccio glabro delle periferie (che non si addice a una signora cresciuta in Brasile e vissuta a Ravenna). Il suo personaggio è piatto come una tavola da surf, ombra meschina dell’eroe BarbaBionda, e non assomiglia né alla sé stessa dell’Ottocento, né alla telespettatrice dall’altra parte del tubo catodico. Che cosa comunica allo spettatore? Un bel niente, ecco cosa.

Senza contare che i serial di casa nostra, sei puntate e tutti a casa. Quelli americani riescono a tenere la tensione per ventitre, ventiquattro episodi a stagione.

Per cui ecco il punto.
Chi fa il mio mestiere, chi vende storie popolari in cambio di danari, deve aver cura di chi quei danari li spende. Il lettore non può perdersi dietro alle turbe dell’incomunicabilità dell’autore. Non può sorbirsi personaggi piatti e senza sentimenti. Non può non saltare sulla sedia.
Perché chi compra una storia nera o un romanzo di spie ha pagato per il pacchetto completo, con tanto di suspence, emozione ed esplosioni.

Quindi, e lo dico prima di tutto a me stesso, chi fa questo mestiere, quando è davanti alla tastiera, dovrebbe portarsi appresso gli insegnamenti degli sceneggiatori del serial d’oltreoceano.

E magari le sue pagine inizierebbero a spirare un’inusitata ventata di freschezza.

Simone Sarasso, classe ’78, professional writer da un paio d’anni, scrive storie nere per la narrativa mainstream e per i comics. È autore, tra l’altro, dei noir Confine di Stato e Settanta (Marsilio). Il suo blog è http://confinedistato.blogspot.com/

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 13 agosto 2007]

di Alessandra Buccheri

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La rivelazione è arrivata come un lampo. Io, che di tutto il dibattito sulla New Italian Epic non avevo mai colto il senso profondo, mentre cercavo le parole per parlarvi di Settanta ho pensato all’Iliade. E ho capito. Settanta è epica italiana, poco eroica, molto guerriera. Con una scelta stilistica non etichettabile: noir, che pure è il contenitore che negli ultimi anni ha dato voce alla saga del complotto italiano, è riduttivo. Noir cinematografico, noir d’azione. Ma anche western, poliziottesco, fumetto. Ultra-noir. Bisognerebbe inventare qualcosa di nuovo per etichettare Settanta. Secondo volume di una trilogia (il primo era Confine di Stato, se ve lo siete perso correte a recuperarlo) sui troppi misteri italiani, inizia dove finiva Confine di Stato. Si alza il sipario.

Welcome ladies and gentlemen. Benvenuti all’inferno degli anni Settanta. Settecento pagine (quasi) per raccontare il decennio buio della storia italiana. Non un romanzo storico, ma una cavalcata a pelo sui misteri d’Italia. Con le doverose puntualizzazioni – non paraculate, no, ché di coraggio per fare i nomi ce ne deve essere voluto, e molto – che separano lo scenario storico dalla finzione narrativa, Simone Sarasso racconta l’epica da far west, anzi da spaghetti western, dello stivale. Quando per tutta la penisola rimbalzano proiettili e si sente odore di cordite, quando un bambino di 26 chili è in realtà un ordigno devastante, quando alcol nicotina e droga sono le medicine dei duri. Il tempo dei Ray-Ban a goccia e della gelatina sui capelli. Dal fallito golpe Borghese alla strage di Bologna, sul palcoscenico si muovono marionette guidate da fili invisibili. Sottrarsi al gioco è impossibile: chi ci prova viene ricacciato dentro, se necessario, o fatto fuori, se superfluo.

Chi
I politici. I criminali comuni. I terroristi. I brigatisti. I corrotti. I giudici. I militari. Dimentico qualcuno? Ah sì: gli attori. Figure femminili: poche e poco emancipate, per lo più positive. Il gioco sporco è un gioco da uomini, negli anni Settanta. Tutti facilmente riconoscibili ma tutti – come spiega lo stesso autore – guidati dalla trama superiore della narrazione che ne stravolge le reali identità. Colpisce la psicologia dei personaggi: il rovello interiore, la rabbia lacerante, l’impotenza, la paura, il tradimento. Emozioni represse che esplodono impazzite. E quando chi ha in mano il telecomando impazzisce, le conseguenze sono disastrose.

Torna poi la cifra del grottesco.

Il pericolo rosso non diventerebbe mai realmente pericolo, preso com’è dalla filosofia, se non venisse spinto un filo oltre. Da chi, lo scopriremo.

Ettore Brivido e la sua banda: lui avrebbe le capacità per mettere a ferro e fuoco l’Italia, ma i suoi uomini sono comici spaventati guerrieri di periferia, incapaci e grossolani.

Il Commissario: nella sua lucida follia vorrebbe l’ordine e la giustizia. Ma è, appunto, solo un topolino folle partorito da una montagna.

Sterling ha l’operatività di Unknow (lo Sconosciuto di Magnus) e la stessa storia cruenta, ma non è stato distrutto dalla sua storia, è disincantato e cattivo.

L’Omino: reprime e controlla, mortifica e sublima. Un mostro di gelo razionale. Basterebbe così poco per fermarlo. Ma senza di lui sarebbe il Caos.

E così via. Tutti sull’orlo di una lucida follia.

Cosa
Una partita a scacchi che ha come posta l’Italia. Solo che sulla scacchiera ci sono i Bianchi, i Neri e i Grigi. I Grigi si muovono sulle intersezioni, creano ostacoli, abbattono barriere, favoriscono ora l’uno ora l’altro dei contendenti con mosse invisibili. Chi guarda la scacchiera non si spiega perché i Bianchi e i Neri facciano mosse assurde, irrazionali.

Solo ora, a trent’anni di distanza, è possibile tirare le somme di quella partita, pur con tutte le lacune che la Storia ci ha consegnato e che sono finite sottoterra insieme ai protagonisti di quegli anni. E chi sa, e potrebbe parlare, forse non lo farà mai. La verità giudiziale, l’unica alla quale possiamo aggrapparci, non colma il baratro, non appaga la sete di verità, non rende giustizia alle vittime. Non spiega, non aiuta la mente a colmare i vistosi buchi logici che qualcuno ha cercato di coprire con montagne di carte. E dove non arriva la Storia arriva la finzione a dare un senso, un ordine, una spiegazione. Per quanto terrificante possa essere, sapere è sempre meglio che ignorare.

Come
Con la strategia della tensione. Con la creazione di un nemico fittizio per generare artatamente i buoni. Con una dinamica feroce e ossessiva di controlli, di ricatti, di eserciti privati fomentati ad arte e schierati all’occorrenza, pronti per essere sacrificati. Soldati mercenari senza morale e senza capi, vittime di ideali distorti e malati. O leali servitori dello Stato sacrificati dallo Stato stesso: un crimine odioso.

Dove
In Italia, negli anni Settanta. Tra Roma Milano Genova Bologna la Calabria. Nessuno escluso, qualcuno ai margini, meno colpevole solo perché meno consapevole.

Perché
Per la gloria. Per il potere. Per il controllo. Per trovare un posto nel mondo, per crearsi un’identità e affermarla. O per mero sadismo. A causa di pochi psicotici milioni di italiani sono stati inconsapevoli pedoni mentre partite ben più importanti si giocavano sulla loro pelle. E forse non bisognerebbe nemmeno parlare al passato.

Perché leggerlo
Perché ha una scrittura lacerante. Le pagine di Sarasso sono indimenticabili. Taglienti, spettacolari, agghiaccianti.

E poi per ricordare, per non dimenticare, per continuare a cercare. O per archiviare. Fate voi. Chi c’era e chi non c’era – Sarasso, ad esempio, è del 1978: è nato dopo il sequestro Moro, tanto per capirsi – può scegliere se ignorare o sapere. Decidere da che parte stare, o decidere che è tempo di chiudere i conti con quel passato. Ma per prendere una decisione è comunque necessario un consenso informato. Poi, come tutte le decisioni, va presa di cuore, di pancia. Ma dopo Settanta se decidete di ignorare siete ancora più colpevoli.

di Massimiliano Di Giorgio

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Prima di dare corso a questa intervista a Simone Sarasso, devo autodenunciarmi: sono un suo fan. Mi è piaciuto un sacco il suo primo romanzo “Confine di Stato”, ho apprezzato il breve “Turkemar”, seguo il fumetto United We Stand che sta pubblicando col disegnatore Daniele Rudoni e anche il suo blog (che peraltro aderisce al Novamag Social Club). E ora anche io sto aspettando l’uscita, il 20 maggio, di Settanta, il secondo volume della sua “trilogia sporca” sulla storia dell’Italia Repubblicana, che uscirà da Marsilio e conterà, dice Simone, la bellezza di 680 pagine.

Settanta, ha spiegato S.S. in uno scambio di messaggi che abbiamo avuto nei giorni scorsi via Facebook ed email, “indaga le trame oscure e i misteri italiani dal golpe Borghese alla bomba di Bologna. E c’è tutto, ma proprio tutto: Piazza della Loggia, l’Italicus, la rivolta di Reggio, le BR.
Zero sui personaggi, quelli devono essere una sorpresa. Si può dire solo che ci sono quelli di ‘Confine di Stato’ e che nel novero dei protagonisti ci sono due icone dei Seventies”.

Il terzo volume, che per il momento è solo, e in modo approssimativo, nella testa dell’autore, arriverà a tracciare la storia italiana più o meno alla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Guardando anche la serie United We Stand, l’impressione è che ti ossessioni la storia della Repubblica, passata o futura. E’ così?
Be’, direi proprio di sì. Vorrei scavare a fondo nel nero della Repubblica, anche se so che difficilmente troverò dei tesori.

Pur tenendo conto che sei un romanziere e non uno storico, a quale materiale attingi per i tuoi libri, per esempio per “Settanta”? Dove ti sei documentato?
Io lavoro parecchio con la rete. In genere, se mi interessa un particolare argomento, mi informo in internet su quale siano i migliori saggi che lo trattano. Li studio e poi approfondisco con ricerche online quello che ho appreso dai libri. Nel frattempo rubo bibliografie da ogni testo e ripeto l’esperimento esponenzialmente. Di solito è molto lungo il lavoro di documentazione. Quello per “Settanta” è durato quasi un anno.

Puoi spiegarci che roba è secondo te la New Italian Epic? Non è che è una di quelle correnti letterarie che appena nate già si sciolgono, coi componenti che prendono le distanze? A leggerne su alcuni giornali e siti che ne parlano in questi mesi, si ha l’idea di una disputa accademica…
Il saggio sul NIE di Wu Ming 1 non a caso ha un sottotitolo che recita “Memorandum 1993-2008″. Questo significa che non si tratta di un manifesto programmatico di una nascente corrente letteraria, quanto piuttosto di un’analisi su quindici anni di libri che in qualche modo sono imparentati. Nel saggio vengono rintracciate alcune caratteristiche che le opere NIE condividono. Tra queste, quella che sicuramente mi è più cara è il ritorno a una narrazione “seria” dopo le strizzatine d’occhio, gli ammiccamenti e l’ironia postmoderna dei Novanta.
Premesso tutto questo, non credo che il New Italian Epic nasca e muoia nell’analisi di Wu Ming.
Sicuramente il memorandum ha illuminato la via a molti, ha fatto venire un sacco di dubbi a altri.
Questo ha generato il dibattito.
Da qui in poi si scriveranno senz’altro opere ascrivibili alla nebulosa delineata nel saggio. E forse, per fare il punto un’altra volta, non bisognerà far passare altri quindici anni.

Quanto entra la politica in quello che scrivi? Intendo la tua visione politica. Quanto è fonte d’ispirazione. Per un po’ di noiristi, soprattutto francesi, il noir sembra un po’ la continuazione della politica – e/o della critica sociale – con altri mezzi. E’ così anche per te?
Quasi tutto ciò che scrivo è fortemente politico. Sono un uomo di sinistra, potentemente critico verso le classi dirigenti della Prima Repubblica e non ho paura che questo traspaia dai miei testi. Credo che la letteratura non possa sostituirsi alla militanza, ma può essere senza dubbio una forma di resistenza.

E il foto romanzo Ruby Soho? Un divertimento estemporaneo?
Una promessa fatta molti anni fa che a rilento io e i miei soci stiamo cercando di mantenere.
E un’ottima occasione di cazzeggio sfrenato.

Tu sei un autore cartaceo, ma anche digitale, come dimostra la scelta di vendere UWS attraverso Lulu.com. E’ una scelta che pensi di mantenere? O consideri il digitale – e l’online – qualcosa che va bene per fare blog, vender fumetti ma non per la letteratura?
Un editore a diffusione nazionale arriva là dove la rete non può arrivare, e soprattutto può vendere un prodotto a un prezzo infinitamente inferiore a quello di un printer on demand. Per fare un esempio concreto: in ottobre la serie di UWS uscirà in volume per Marsilio. Non ho la benché minima idea, attualmente, del prezzo di copertina che avrà il volume, ma sicuramente costerà molto meno dell’ammontare che il webnauta, oggi, deve sborsare per aggiudicarsi i sei numeri dell’opera. Internet non è un cattivo mezzo per quanto riguarda la diffusione delle idee, ma la carta resta ancora un passo avanti. Chissà, tra dieci anni magari sarà tutto diverso.

Pensi che la letteratura di genere – giallo-noir, epic, fantascienza – italiana possa diventare popolare, anche in termini i vendite? O lo è già?
Il giallo e il nero lo sono già. E credo che sia un bene quando qualità letteraria, prezzi contenuti e genere si combinano. È così che si arriva alla gente. Penso alla storica collana “Segretissimo”, la punta di diamante della produzione da edicola Mondadori. Decine di migliaia di copie ogni mese. E, con particolare riferimento agli autori italiani (ho in mente Stefano Di Marino su tutti), grande qualità. Se non è un successo popolare questo…

Dicci i tuoi autori italiani preferiti del momento. Però abbi coraggio e dicci anche quelli che non ti piacciono per niente.
I miei preferiti, attualmente, sono Giuseppe Genna (che continua a essere, per il sottoscritto, un inarrivabile maestro), Alessandro Bertante (che ha scritto un capolavoro – Al diavul – e che spero sforni presto un’altra perla del genere) e Patrick Fogli (il suo Il tempo infranto è il miglior testo esistente sulla strage di Bologna).
Italiani che non mi piacciono te li direi volentieri, ma non mi capita da un sacco di tempo di leggere un libro scritto da un italiano che non mi sia proprio piaciuto. Controindicazioni del mestiere: sai prima cosa esce e leggi solo quello che sei sicuro ti piacerà.
Se ti accontenti, ti butto sul piatto qualche straniero: il libro di Kunkel (Indecision) è fermo da anni ma non credo lo finirò mai. Virando sul genere, invece, posso confidarti senza tema alcuna che non mi sono mai piaciuti i cloni di Fleming, come John Gardner, Jeffrey Caine o Bruce Feirstein.

A che altri progetti stai lavorando, o cosa hai in mente?
Un romanzo storico, una spy-story tutta sangue e piombo, un paio di libri apocalittici.

Infine (anche se magari mi viene in mente altro), ami definirti “professional writer”. Ma ci riesci a campare veramente con la letteratura? O è una ambizione? E che ti vedi fare tra una decina di anni, quando a 40 anni dovresti essere un “maturo autore”?
Al momento la letteratura (e l’indotto, che vuol dire sceneggiature, giornali, conferenze, racconti) è il mio reddito principale, quindi sì: ci potrei campare e mantenere la famiglia. Certo, il lavoro di insegnante dà quell’iniezione mensile di buon umore aggiuntivo che non guasta mai.
Tra dieci anni mi vedo alla stessa scrivania, dal mattino alla sera, con un nugolo di bambini scorrazzanti e urlanti tra i piedi. Mi immagino le pause di scrittura (che al momento mi servono per lavorare a scuola) trascorse a preparare merende o a cambiare pannolini.