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Padre e figlio, da vent’anni in giro per l’Africa. A bordo (quasi sempre) di un camper, a tracolla le amate Nikon. Edoardo e Ugo Agresti sono uniti dalla passione per i viaggi e la fotografia. Soprattutto il Sahara e la fascia subito a sud del Sahel, nella curva del golfo di Guinea. Ora hanno riportato i loro lavori nel volume “Viaggiando intorno all’Africa. Un cammino intorno all’Uomo”, che raccoglie gli scatti realizzati in tutto questo tempo. Il libro è edito da Polaris, preziosa casa editrice di Vicchio del Mugello (Firenze), i testi (veri e propri saggi critici, utilissimi alla maggiore comprensione delle diverse sezioni del libro) sono di Dino Nuti.
Ugo, il padre, è un appassionato viaggiatore e profondo conoscitore dei deserti africani. Edoardo, il figlio, è un fotografo di fama internazionale, collaboratore delle principali riviste di viaggio mondiali e da alcuni anni titolare dello studio fotografico CREA, che spazia nei vari campi dell’immagine e della grafica. Il libro (160 pagine, 46 euro) è diviso in quattro sezioni: natura, persone, lavoro e tradizioni. Intenzione degli autori è, come loro stessi scrivono, dare una visione nuova dell’uomo africano, un uomo “puro, vero, non filtrato e modellato su canoni e stereotipi costruiti a immagine e somiglianza di patinati spot pubblicitari”.
Nella parte dedicata alla natura ci sono i deserti del Sahara e del Sahel, ritratti nelle loro molteplici facce (dalle dune dell’erg algerino ai laghi che appaiono come miraggi nella sabbia della Libia), i baobab sulle piste del Mali, i palmeti delle oasi marocchine, i grandi fiumi come il Nilo e il Niger. Molto bella, molto intensa, è la sezione delle persone: donne Peul che rientrano dal pozzo, anziani Dagomba che mostrano i propri feticci, giovani Bororo con i tipici orecchini a cerchi d’oro, ragazze Lobi colte durante la cerimonia di iniziazione. Una raccolta di volti, occhi bistrati, copricapi, monili, dove Edoardo e Ugo Agresti sanno indovinare le mille etnie, le diversità dei popoli dell’Africa, con una reale curiosità e un rispetto che esce fuori dalla pagina e colpisce il lettore.
Particolarmente mossa e vivace è la parte dedicata al lavoro, dove emerge il carattere comunitario che le varie attività hanno ancora oggi: i due fotografi mostrano donne che frantumano il miglio, fabbri tuareg, coltivatori marocchini di mais, pescatori egiziani, pastori maliani, raccoglitrici di arachidi in Camerun. Un caleidoscopio di mestieri che dichiara come la società africana sia ancora oggi legata all’agricoltura e all’artigianato, attività squisitamente tradizionali. E alle tradizioni (e alla religione) è dedicata l’ultima sezione del volume, la più interessante per le culture che richiama (e che meriterebbero una trattazione a parte): basti dire che gran parte delle fotografie di questa ultima sezione è dedicata ai Dogon (di cui già abbiamo parlato in questa rubrica), tra le popolazioni più complesse e affascinanti del pianeta.








