di Massimiliano Di Giorgio

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L’agricoltura biologica può diventare uno strumento per la lotta alla mafia in Sicilia, come la ricotta “pizzo free”, senza che per produrle sia stata pagata la “protezione” della criminalità organizzata. E anche vivendo sotto scorta si può fare informazione libera, in tv, a Partinico, in una terra dove i mafiosi non si nascondono, e anzi minacciano chi li critica.

Sono alcune delle vicende che racconta “Storie di resistenza quotidiana”, un documentario realizzato da Paolo Maselli, un regista e montatore 45 enne, e dalla scrittrice 40enne Daniela Gambino, un’amica di Novamag, autrice dei recenti “101 cose da fare almeno una volta in Sicilia” (Newton Compton) e “Le cattive abitudini” (Drago edizioni).

Il film, che dura quasi un’ora ed è stato girato in Hd nel corso di un anno e mezzo di lavori, non è ancora in versione definitiva. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi a Roma con gli autori , in una proezione riservata al Cineteatro.

“Storie” è composto in gran parte di interviste, e l’atmosfera che lo pervade è il contrario di quella che si potrebbe attendere da film sulla mafia. Più che la tensione, infatti, prevale l’ottimismo di chi pensa in fondo che “un’altra Sicilia è possibile”, soprattutto se si comincia a considerare il lavoro come il più efficace strumento di resistenza al regime mafioso.

Ecco dunque che sui terreni confiscati alla mafia sorgono le cooperative di “Libera terra”, che hanno scoperto nell’agricoltura biologica una nicchia economica importante.
Ecco il marchio “pizzo free” – che ricorda quella “Ogm free” – lanciato dai giovani che hanno promosso una clamorosa azione mediatica contro le tangenti pagate ai mafiosi, iniziando a mobilitare i cittadini-consumatori, in nome dello slogan “Un popolo che non paga il pizzo è un popolo libero”. Con tanto di botteghe che stanno spuntando in tutt’Italia, sulla falsariga dei negozi di prodotti equo e solidale, o sugli scaffali dei supermercati Coop.
Oppure, c’è la storia dell’impresa di latticini, in parte controllata da un boss mafioso, che ha rischiato la chiusura, ma che grazie a commissari liquidatori “illuminati” è riuscita a non licenziare alcun dipendente e a migliorare la produzione.

Ma “Storie di resistenza quotidiana” dà anche voce all’imprenditore di mobili per la scuola che spiega perché un tempo pagava la mafia – una piccola somma affidata ogni mese a un uomo che era divenuto quasi intimo, che gli portava addirittura il figlio a farsi spiegare perché nella vita è importante studiare – e per quale motivo invece oggi bisogna subito denunciare chi chiede il pizzo. O ancora, l’attore Giulio Cavalli, che nei suoi spettacoli prende in giro i mafiosi e per questo è sotto scorta.

E nel film trova spazio anche Pino Maniaci, anima e direttore di TeleJato, finito alla ribalta per una vicenda kafkiana. Impegnato da anni contro la mafia e la corruzione nelle amministrazioni pubbliche, e per questo sotto scorta, qualche mese è finito sotto processo perché non era iscritto all’Ordine dei giornalisti.
In “Storie di ordinaria resistenza” Maniaci impersona davvero il ruolo del mattatore antimafia, e la sua esperienza sembra veramente suggerire che talvolta una risata può seppellire anche i mafiosi.