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Il decennale della morte di Bettino Craxi – in latitanza o in esilio che sia, comunque avvenuta in Kenya nel 2000 – è stato l’epicentro di un dibattito sulla necessità di riabilitazione (o meno) del leader socialista, che in realtà è cominciato ancora prima della sua scomparsa. E che probabilmente continuerà anche nel 2020.
Le ragioni di questo dibattito sono diverse. Variano dalla posizione degli interlocutori. Forse c’entrano qualcosa con i guai giudiziari dell’attuale premier Silvio Berlusconi, che si considera perseguitato dai magistrati italiani. Forse sono un tentativo di “riappacificazione ” a sinistra tra ex comunisti ed ex socialisti. Forse un tentativo di sottrarre gli eventi alla mera cronaca nera per consegnarli alla riflessione storica. Chissà.
Novamag però non ha pretese così elevate, e invece di tentare di contribuire al dibattito politico e storico torna su Craxi chiacchierando al telefono con uno dei suoi “persecutori” più efferati, Stefano Disegni, che insieme a Massimo Caviglia ha a suo tempo disegnato centinaia di vignette sul premier socialista, la famosa banda di “nani e ballerine” e tutti i protagonisti vicini e lontani del circo mediatico dell’epoca (compresi Achille Occhetto, Walter Veltroni e Massimo D’Alema).
Se nel vostro immaginario Craxi ha una corona in testa e una specie di vestaglia col collo d’ermellino, il pancione e un carattere arrogante, la colpa, insomma, è di quelli come Disegni. O di “Cuore”, il settimanale di “resistenza umana” che titolava “Pensiero stupendo” una pagina sul (ventilato) arresto di Craxi (e “pensierino stupendino” sul figlio Bobo). O se ne usciva con battute tipo: “è tornata l’ora legale, panico tra i socialisti”.
Stefano Disegni, diciamo la verità. Tu e Caviglia dovete molto del vostro successo a Craxi. E anche ‘Cuore’: quando uscì la notizia del primo avviso di garanzia a Craxi, vendette un botto di copie.
“E’ ovvio. Il fumetto ragiona per maschere, anche. In tutte le storie c’è il prepotentone, quello tronfio, quello grosso che tutti adorano, allineati e coperti. Quindi per noi era più facile. Quando c’è un personaggio così, una maschera così forte, ci vai a nozze”.
Quante vignette disegnaste, tu e Caviglia, su Craxi?
“Non me lo ricordo. Una quantità infinita. Posso dirti che anticipammo l’avviso di garanzia a Craxi. Mi ricordo ancora: disegnammo una scala degli avvisi di garanzia in cui mano a mano si passava da un personaggio all’altro, e all’ultimo gradino c’era Craxi. Dieci giorni dopo gli arrivò l’avviso di garanzia. Ci chiamò Andrea Aloi, il vicedirettore di ‘Cuore’, dicendoci: ‘siete stati profeti’… In realtà non siamo stati profeti noi, è che ormai l’aria era quella”.
Lo raffiguravate come un Bokassa…
“Quello che dicevo. Il personaggio tronfio, pieno di sé, adorato da uno stuolo di servitori sciocchi, un po’ barbaro, un po’ animalone, con la panza, l’ermellino. Sì, era Bokassa”.
Forattini invece lo disegnava come il Duce socialista.
“Non sta a me dirlo, ma Craxi non poteva essere ritratto come un duce, Craxi non era fascista. Attenzione si fa presto a dire: Duce. No, non lo era. Era una degenerazione di una cattiva coscienza della sinistra, che improvvisamente scopriva in quegli anni lì che non cera soltanto la Casa del Popolo ma si poteva persino andare a ballare ed essere considerati di sinistra lo stesso. Però Craxi era di sinistra, questo sarebbe disonesto non dirlo”.
Oggi scriveresti e disegneresti le stesse cose di allora?
“Assolutamente sì. Al di là di quella che è stata la statura politica del personaggio, ma questa è materia per gli storici: per noi satirici quello che era macroscopico era questo vai e vieni di borsoni e tangenti… Adirittura ancora adesso, la signora Enza, la segretaria di Craxi, ha parlato di questa gente che andava e veniva con borse e borsoni. Per noi satirici, che abbiamo bisogno di colore, quello era…”.
Ma il premier Silvio Berlusconi non è un soggetto piùinteressante di Craxi, per la satira?
“Berlusconi è Craxi alla n + 1 potenza, con la differenza che non ha bisogno di soldi perché è lui che li dà agli altri. E soprattutto che non viene da una coscienza di sinistra. Ma Berlusconi è il diretto figlio e discendente di una concezione della cosa pubblica come potentato”.
Hai mai avuto a che fare con Craxi per le vostre vignette? Lo hai mai incontrato?
“Incrociai personalmente Craxi e Claudio Martelli mentre salivo in ascensore alla redazione del Manifesto e loro andavano alla sede del Psi o di Mondoperaio, non so cosa c’era (in effetti a via Tomacelli, nello stesso stabile del Manifesto, c’era la sede di Mondoperaio, rivista socialista), e io avevo in mano le strisce che stavano facendo su Craxi”.
Ti riconobbero?
“N. Non mi conoscevano, ovviamente. Io conoscevo loro. Ci furono tre piani di silenzio. Quell’imbarazzo in cui ci si guarda un po’ le scarpe… In quel momento pensai: adesso gli faccio vedere la striscia. ‘Vede, questo è lei’. Poi pensai: sono in due contro uno e Craxi è grosso. Abbandonai l’idea”.
Cosa hai pensato in questi giorni, con tutte le commemorazioni pubbliche e private o a mezzo tv, di Craxi?
“Ho pensato al ridicolo di questo paese. Io non so se Craxi fosse colpevole o innocente. O meglio, sospetto che fosse colpevole. Lo sospetto fortemente da quello che emerso. Ma quello che me lo fa sospettare fortemente è stato proprio il fatto che Craxi se se ne sia andato e guardato bene dal tornare. Si può dire tutto quello che vuoi, ma se scappi, c’è poco da fare, è un indizio enorme di colpevolezza. E non mi vengano a parlare di esuli e di queste cazzate. Se scappa uno che ha rubato ed è uno stronzo qualsiasi non sarà mai un esule, ma un latitante. Se scappa un signore, come era lui, che aveva una storia politica eccetera eccetera, diventa un esule. No, non ci sto. Non credo proprio che possa essere così.
Sono un radicale, credo che la presunzione di innocenza valga per tutti, e dunque non so se Craxi fosse colpevole. Ma non lo so perché non si è lasciato processare”.
[Qui la vignetta di Stefano Disegni uscita qualche giorno fa su Craxi]








