di Corrado Morricone
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L’istinto consiglia, a ogni buon simpatizzante del Pdl, di rispolverare il buon vecchio motto Me ne frego di fronte alle primarie del Partito democratico. O, almeno, credo che sia così, visto che la scena politica di questo paese è ormai dominata, per vari motivi, da un solo partito, quello di Berlusconi, e dai suoi più perfidi nemici (Di Pietro, Santoro, secondo alcuni Fini). Il Pd è ridotto alla parte del fantoccio destinato inevitabilmente a malefìci e punzecchiature.
Detto questo, poiché di questo paese più o meno ci frega, e poiché in politica (soprattutto in quella italiana) nulla dura per sempre, allora è bene interessarsi anche di questo Pd.
Visto da destra, dove vige la monarchia assoluta e se qualcuno si azzarda a chiedere almeno qualche consultazione allargata (Fini e i suoi) passa per eversivo, questo sistema di primarie sembra veramente folle. Ad esempio, per me non ha senso che si proceda all’elezione di un’assemblea e alla scelta dei candidati da parte degli iscritti, poi l’elezione del segretario da parte di tutti (anche da parte mia, ad esempio), e infine, se nessuno passa la soglia del 50%, la convocazione di una nuova assemblea (in base alle percentuali delle primarie). Pura follia.
A ‘sto punto, meglio il leader carismatico rispetto alle idee strampalate piddine: in altre parole, passare dai plebisciti prodiani e veltroniani al caos attuale non è un esercizio di democrazia, ma di psicanalisi. Certo, tre anni fa qualcuno propose le primarie anche per il centrodestra e andò tutto in cantina nel giro di due giorni per poi avere quei bei gazebo in giro per l’Italia e frequentate chissà da chi, ma amen.
Passando ai candidati, dico chiaro e tondo che a me piace Ignazio Marino, ma voterei Pier Luigi Bersani. Marino è diventato il candidato chic, il professorino tornato dall’estero che è amato dai circoli stranieri, quelli web, e quelli del centro di Milano. A Ragusa, a Potenza, ma anche a Velletri e a Roncobilaccio, chi lo vota?
La sua performance alla convenzione nazionle – perdonate il termine che sto per usare – è stata veramente stracciapalle: leggeva il temino preparato così come un bimbo di terza elementare recita la poesia trovata sul sussidiario. Bene la laicità (qualcuno direbbe che sono finiano, mah), bene i diritti civili e l’autodeterminazione della persona, ma – mi scusi professore – la politica è un’altra cosa. Tanto per darle un modello, Bersani.
Bersani, innanzitutto, guarda alla ciccia e non al gossip. In secondo luogo, è appoggiato da Massimo D’Alema, di volta in volta amato o odiato dalla destra e dal suo popolo. In terzo luogo, è comunista, quindi è lo stereotipo del nemico (ok, non è comunista, ma ha quell’accento lì, viene da quel partito lì, parla come quella gente lì).
Per quel che mi riguarda, apprezzo l’idea liberalizzatrice che Bersani ha cercato di portare avanti durante il secondo governo Prodi, e allo stesso tempo dubito che questa opinione sia anche quella dei tanti elettori del Pdl appartenenti a categorie protette quali quelle dei tassisti, degli avvocati, dei notai, eccetera. Detesto, invece, la volontà di importare la socialdemocrazia in un paese già abbondantemente socialista qual è l’Italia.
Dario Franceschini, piuttosto, è il solito, odioso, saputello, cristiano democratico che si è buttato a sinistra dopo una lunga militanza dc, e che dopo decenni di grigiore è riuscito a spuntare fuori dal mucchio. Una specie di Follini de sinistra, insomma, solo con maggior loquacità e col pregio di essere stato vicedisastro e postdisastro in soli due anni. Allo stesso tempo, rappresenta il nuovismo, l’allenza con Di Pietro, l’adinolfismo, Rosy Bindi. Potrei mai tifare per lui? La risposta è ovvia: no.
La curiosità, a lasciar perdere la foga della propria appartenenza politica, è vedere se e come il Pd e il suo nuovo segretario usciranno dalle sabbie mobili. Alla bocciatura del ddl Concia pochi si sono azzardati a riflettere sull’inadeguatezza del Pdl di fronte ai temi della modernità, ma è scattata la caccia al Pd per via del caso Binetti (e non sto parlando del Tg4, bensì del taglio e dei titoli delle notizie uscite ovunque dieci minuti dopo il fatto); consiglio spensierato al nuovo compagno in capo è quello di iniziare ad evitare autogol simili.
Altro consiglio è quello di iniziare ad evitare di dire no a qualsiasi proposta berlusconiana: come ha scritto recentemente Giuliano Ferrara sul Foglio, Bersani potrebbe essere un buon segretario anche perché, probabilmente, sarebbe disposto a mettere mano al sistema delle immunità nel nostro paese. Franceschini, su qualsiasi grande tema (giustizia, federalismo – quello vero – e riforme, politica estera, pensioni eccetera), si arroccherebbe come ha fatto il centrosinistra degli ultimi otto anni, rincorrendo i soliti moralisti e oppositori ad oltranza in stile Di Pietro e dimostrandosi quello che è: uno bravo ad ottenere gli applausi dei militanti da scrivania o dei votanti svogliati solo grazie a qualche strillo alzato qua e là.
E, come si è visto nell’ultimo anno, un segretario del Pd così non conviene certo al partito stesso, al paese, e nemmeno a chi oggi governa.
di Ronny Mazzocchi
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Di fronte ad una candidatura come quella di Pierluigi Bersani, che viene annunciata all’insegna del pragmatismo e delle cose da fare, provo a elencare qualche buon motivo che mi ha spinto a optare per lui nel mio voto alle primarie di domenica.
La prima e principale ragione è che credo che per tornare ad esercitare un’egemonia culturale sul Paese sia necessario fare del Partito Democratico quello che finora non è stato, ovvero un partito politico.
L’idea che si potesse ricondurre la democrazia ad un periodico plebiscito che mettesse in collegamento diretto la leadership e l’elettorato senza la mediazione di partiti strutturati e radicati sul territorio si è dimostrata velleitaria e addirittura pericolosa.
Il PD appare oggi debole dal punto di vista organizzativo e isolato nel contesto sociale. Ha da tempo sub-appaltato l’elaborazione culturale e programmatica all’esterno, limitandosi a recitare un copione scritto da altri. Non ha più strumenti di analisi che gli permettano di capire e interpretare il mondo che vorrebbe rappresentare. Ha reciso i rapporti con i corpi intermedi nella folle ed estremistica convinzione che ormai fossero istituzioni superate se non addirittura dannose. Ha portato per troppo tempo l’idea che la società fosse governata dallo spontaneo interagire dei singoli sul mercato e che alla politica fosse riservato solo il compito di stabilire le regole del gioco e aiutare chi, nella dura battaglia per la sopravvivenza, esce con le ossa rotte.
La creazione del partito liquido, senza tessere e senza militanza, costituiva la naturale conseguenza di una visione sociale profondamente ideologica, radicale e – come si è visto – sbagliata.
La seconda ragione è che l’idea del PD come partito in grado di rappresentare da solo un’alternativa di governo all’attuale centro-destra è quantomeno utopistica.
L’esito delle elezioni politiche ed europee ci ha finalmente consentito di verificare il fondamento delle due differenti analisi del Paese e e delle due diverse strategie politiche che si sono affrontate in questi quindici anni: quella dalemiana, fondata sull’idea di un’alleanza strategica fra la sinistra riformista e il centro moderato, e quella veltroniana, in cui la sinistra – che in verità è centrosinistra – va alla ricerca autonoma di una maggioranza e non di una alleanza al centro.
Credo che l’esito della verifica sia stato piuttosto chiaro. Dopotutto il centro moderato c’è già: ci sono forze moderate che il PD, pur con un programma centrista se non addirittura di destra, non è riuscito conquistare e che non si riconoscono nemmeno in Berlusconi.
Stabilire una alleanza con questa parte del Paese, partendo da una posizione culturale e politica più solida di quella attuale, può essere l’unica strada percorribile per un partito che aspira a tornare al governo del Paese.
L’ultima ragione è la piattaforma programmatica con cui i vari candidati si presentano.
Se Franceschini e Marino risultano ancorati alla stagione del liberismo di sinistra tutt’al più arricchita da qualche proposta alla moda (la green economy, …), Pierluigi Bersani – seguendo la linea tracciata da Romano Prodi nel suo assai poco lusinghiero bilancio del riformismo europeo degli ultimi 15 anni – presenta una proposta decisamente più in linea con le discussioni che già da qualche mese hanno preso piede in tutte le sinistre europee dopo le dolorose sconfitte elettorali.
Come ha scritto Massimo D’Alema, la recente crisi economica ha ristabilito l’idea secondo cui “[…] non è il denaro che produce denaro così come ha voluto far credere l’oligarchia finanziaria dominante, ma è il lavoro che produce la ricchezza e il valore, come scrivevano i nostri classici”.
Rimettere il lavoro, in tutte le sue diverse forme, al centro della propria azione politica diventa quindi necessario per spostarsi verso un diverso e più equilibrato modello di sviluppo.
Ma non si tratta soltanto di considerazioni economiche. Negli ultimi decenni il lavoro ha subito una impressionante svalutazione sociale: è stato retrocesso a mera funzione di accumulazione di potere d’acquisto, diventando una componente indifferenziata delle forze produttive. Va invece recuperata la sua funzione fondativa dell’identità sociale, della persona e della cittadinanza democratica, così come stabilito all’articolo 1 della nostra Costituzione.
L’eguaglianza è l’altro tema forte portato avanti da Bersani nei suoi discorsi. La Chancengesellschaft e la conseguente idea di eguaglianza dei punti di partenza, ovvero due dei principi cardini della cosiddetta Terza Via, non solo hanno condotto a un decennio in cui le diseguaglianze sociali sono esplose, ma anche minato le basi di una società solidaristica creando rischi di conflitti e rivolte come non si vedevano da oltre trent’anni.
Riproporre il tema dell’eguaglianza come obiettivo in sé può quindi essere un’utile arma per ricostruire una classe media che faccia da solida architrave alla nuova Italia.
Infine la politica economica e industriale torna a rivestire un ruolo centrale dopo gli anni in cui solo a nominarla si metteva mano alla pistola. L’ansia protezionistica dell’attuale governo o la solita politica di tagli fiscali promessa da Franceschini agli imprenditori sembrano cure palliative contro il grave male costituito da una struttura produttiva da troppi anni in difficoltà. La scarsa innovazione tecnologica, l’eccessiva concentrazione del potere economico/finanziario e la pervasività della micro-impresa costituiscono alcune fra le principali cause di sofferenza del nostro sistema economico. L’aver proposto una via d’uscita, anche attraverso rinnovate politiche pubbliche, costituisce sicuramente un punto di forza della mozione Bersani rispetto alle due concorrenti.
In conclusione, mi sembra che Bersani sia quello con il progetto più chiaro e concreto per il partito e per il Paese. La scelta di portare avanti queste idee senza concedere nulla alla retorica antiberlusconiana e senza cercare l’applauso facile lo rende decisamente più adatto a compiere quella radicale rottura rispetto alla stagione del “centralismo carismatico” che tanti danni ha provocato alla sinistra italiana.
di Massimiliano Di Giorgio
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A 54 anni, età per la quale in Italia si è ancora politicamente giovani, Francesco Rutelli è probabilmente la personalità di centrosinistra più invisa agli elettori di sinistra, anche a quelli che votano per il Partito democratico. E ora che ha scritto un libro, o più esattamente un pamphlet, sulla assoluta necessità che il Pd non diventi un partito di sinistra, o più precisamente l’ultimo erede del Pci e della sinistra italiana, di certo il suo consenso non aumenterà.
Rutelli fa anche di peggio, se possibile, per la gioia dei suoi numerosi detrattori. Spiega, per esempio, come il termine sinistra abbia un’accezione negativa nelle varie lingue. Si pensi al sostantivo sinistro, cioè incidente. Insomma, la sinistra porta sfiga, verrebbe da concludere.
Uno dei limiti del libro di 155 pagine stanno in passaggi come questi, che tradiscono il sia pur comprensibile astio verso il popolo di sinistra che ha smesso da qualche tempo di amarlo e che invece lo tratta a pane e cicoria. Un altro, è la “sciatteria” rutelliana, perché l’uomo, fin dall’inizio, è sempre stato un leader politico, ma non un intellettuale, pur se ha saputo circondarsi di persone capaci e di talento.
Forse, invece che scrivere un libro di getto nell’agosto scorso – come lui stesso ha spiegato – avrebbe dovuto raccontare le stesse cose a un bravo ghostwriter e farle scrivere a lui, dando alle stampe un libro un poco più meditato e, appunto, meno astioso, anche perché il modo in cui si scrivono le cose vale spesso quasi più delle cose stesse.
Parlando di crisi della sinistra – che è un dato riconosciuto da tutti, anche se poi sulle cause e sulle vie di uscita esistono milioni di diverse vedute, più o meno tante quante le persone che si dicono di sinistra – Rutelli avrebbe dovuto indicare che non esiste una sinistra, ma diverse sinistre, anche in conflitto tra loro. Che la sinistra comunista non è uguale a quella liberalsocialista (e che di sinistre comuniste ce ne sono diverse), che il centro-sinistra degli anni 60 non è il centrosinistra del 2000, che il pensiero libertario non è uguale a quello liberale, che i verdi non fanno parte della sinistra tradizionale, che i radicaldemocratici non sono uguali ai socialdemocratici (e che dire poi dei socialdemocratici portoghesi, un partito di centrodestra?), che la sinistra giustizialista non è uguale a quella garantista, e magari non è neanche esattamente di sinistra, o forse sì, ma che è difficile farle convivere.
E che forse la stessa parola sinistra ha perso di senso, avendone così tanti diversi, anche perché in certi paesi sinistra ha coinciso con libertà, in altri con dittatura. E che probabilmente il peso di quelle dittature l’ha schiacciata.
Anche se una certezza, almeno simbolico-lessicale, c’è: la sinistra è nata come opposizione. A destra del Padre – cioè del potere – i suoi figli prediletti, a sinistra coloro che ne contestano l’autorità o che ne sono più lontani.
Certo anche di destre, ne esistono tante. La differenza è che però le destre spesso vincono, nei sistemi democratici. Quindi si fanno meno problemi.
La sinistra ha fatto molto più spesso opposizione che governo, non soltanto in Italia. In Italia, di più. Ma questo non ha impedito, almeno dagli anni 60, la crescita civile, sociale, istituzionale dell’Italia, non soltanto in termini di Prodotto interno lordo. E’ stato anche grazie all’opposizione, e alla sinistra.
Rutelli ha ragione quando dice gli eredi del Pci sono arrivati in ritardo di 25 anni all’idea di un partito socialdemocratico (loro che in parte lo erano già, negli ultimi decenni, sia pure chiamandosi comunisti), quando le socialdemocrazie sono comunque in crisi da tempo, forse anche prima della caduta del socialismo reale e dall’affermazione del cosiddetto nuovo ordine (o disordine?) mondiale a guida Usa. Un ordine peraltro non destinato a durare all’infinito.
A quell’approdo, cioè l’internazionale socialista, arrivò il Pds, che invece era nato anche discutendo di prospettive anche molto diverse, come il pensiero democratico radicale americano, non animato da anziani cospiratori fricchettoni ma da personalità illustri della cultura statunitense come Robert A. Dahl, (che Rutelli cita soltanto come autore del concetto di poliarchia), per fare un esempio.
Occorrono soluzioni nuove, a cui dare anche nomi nuovi, dice nel libro Rutelli. Che sostanzialmente indica la democrazia come ideale di riferimento. Anche qui, però, esistono diversi modelli di democrazia. Quella liberale, che, dice l’autore, ha vinto. C’è la democrazia rappresentativa. C’è la democrazia partecipativa o diretta. C’è la democrazia radicale (che non è il comunismo travestito, nonostante quel che sostengono i suoi detrattori). C’è la democrazia industriale. In breve, esistono diversi modelli ideali. Rutelli nel suo libro non dibatte tanto di ideali, cita però il Partito democratico statunitense e il Partito del Congresso indiano, cioè due organizzazioni molto diverse di due paesi enormente diversi tra loro e rispetto all’Italia.
Citazioni, come nel caso indiano, che fanno venire in mente quanti indicano il Brasile del presidente Lula come un modello da seguire, considerando evidentemente un dettaglio cosa è stato fino a oggi il Brasile, paese di contraddizioni e povertà enormi, di violenze quotidiane. Sembrerebbe che per qualcuno, soprattutto tra le sinistre, qualsiasi posto sia meglio dell’Italia.
Il Partito democratico americano è invece un polipartito che ha dentro di sé di tutto e di più, e non basta citare come un mantra salvifico la grandezza di Barack Obama (che la storia si incaricherà di dimostrare, nel caso, al di là del peso simbolico della sua elezione), bisogna anche pensare a quel gruppetto di democratici “moderati” che hanno votato contro la riforma del sistema sanitario, perno centrale della politica obamiana. Il che non significa dire che un partito democratico deve essere “di sinistra”, ma che esso deve avere quantomeno una sua coerenza e coesione interna.
Un partito dovrebbe avere un pensiero più o meno coerente e uno sfondo di riferimento. Probabilmente anche un’idea di società. Un’idea ovviamente sempre in progress, che si adatti e che adatti gli strumenti agli sviluppi del mondo. Per esempio, se democrazia significa (parafrasando Dahl) che coloro che sono soggetti a una decisione devono anche poter decidere, è chiaro che le implicazioni future di questo concetto sul piano politico sono vastissime.
Tutte queste cose però Rutelli non le spiega e non le discute. Forse le dà per scontate, ma non ce lo dice.
Ecco, se il problema sono le etichette, l’etichetta migliore da apporre a un partito forse sarebbe quello che vuole fare, realizzare. Non solo alle prossime elezioni, non soltanto come programma di governo, ma in generale come missione.
Sulla nascita e lo sviluppo del Pd italiano, Rutelli dice invece molte cose e interessanti, cose che peraltro hanno già sottolineato diversi analisti politici. La nascita del partito come somma e non come drammatica creazione di qualcosa di nuovo (la famosa fusione fredda), la sua linea ondivaga verso il premier Silvio Berlusconi, la mancanza di messaggi forti.
Ma Rutelli, per biografia politica, non è estraneo a questa vicenda. Era il presidente della Margherita, prima del suo scioglimento. E’ stato un forte sostenitore dell’idea del Pd, è stato vicepremier di Romano Prodi dopo il 2006. E’ una figura di riferimento, pur se, a differenza di Massimo D’Alema (un altro che ama chiamarsi fuori), non hai mai avuto veramente “truppe politiche” sue.
Quando Rutelli critica l’approdo del Pd di sinistra indica, giustamente, che la nostalgia non è un carburante che può alimentare un motore nuovo come quello che deve far muovere un “nuovo partito nuovo”.
A Rutelli non vanno bene neanche il giustizialismo, il populismo, o il caudillismo. Però, un partito che non sia semplicemente una lista civica (e spesso le liste civiche sono partiti mascherati) deve esprimere ed evocare una emozione, un sentimento, una passione, una fede.
La democrazia, per esempio, è anche un fatto, e un atto, di fede. Non è iscritto nella natura, il suo valore: è stata una (bella) invenzione di alcune persone e comunità, che si è però sviluppata nel corso di migliaia di anni, e che è destinata a svilupparsi. E non è vero che la democrazia funzioni (qualsiasi cosa s’intenda il verbo funzionare applicato a una società) necessariamente rispetto ad altri sistemi. Ci piace pensarlo, anche se probabilmente è vero che le democrazie non si fanno in genere la guerra tra di loro (o se la fanno meno, diciamo).
Rutelli, che invoca una battaglia delle idee, in realtà compila alcune liste. Per esempio, per il Pd, cita per sommi capi leadership, organizzazione, importanza di Internet, ma per quello che riguarda il progetto non dice cosa, dice solo come, e cioè che se ne devono occupare delle fondaziooni, come nella Gran Bretagna di Tony Blair e negli Usa di Obama.
Per il programma politico, avanza alcune proposte, dal taglio delle tasse al lavoro dipendente al riconoscimento della meritocrazia, all’accesso alla cittadinanza per gli immigrati o alla proposta di un albo degli italiani illustri (sic). Propone poi un indice del benessere nazionale da affiancare al Pil, e contemporaneamente dice che il quadro economico deve restare quello della economia sociale di mercato (la cosiddetta terza via tra liberalismo e collettivismo).
Come è noto, nel libro Rutelli non dice che se ne andrà dal Pd se ne diventerà segretario Pier Luigi Bersani, cioè il sostenitore del partito di sinistra (e l’uomo di D’Alema). In molti, tra i suoi antipatizzanti, ci speravano. La prospettiva sembrerebbe quella, anche se è difficile dire con che tempi avverrà il distacco – pesano soprattutto le incognite sulla tenuta del governo Berlusconi – e chi seguirebbe Rutelli.
Come indica la sua storia pubblica, l’ex sindaco di Roma – uno dei migliori della storia della Capitale, almeno al suo primo mandato – è sempre caduto in piedi, per così dire: ha cambiato diverse formazioni politiche restando sempre ai vertici (prima radicale, poi verde, poi margheritino, poi democratico). Di qui, anche, l’accusa di trasformismo, soprattutto dopo il 2001 e la sua candidatura a premier.
In La svolta (il titolo terribilmente vespiano del libro, come è coscientemente fallaciano il sottotitolo “Lettera a un partito mai nato”) Rutelli dice diverse cose contro il centrismo che pure spesso gli viene rimproverato, si pronuncia a favore dei Pacs (o come si chiameranno) ma sottolinea che in un paese come l’Italia, con la sua tradizione cattolica, occorre anche la mediazione, non si può essere intransingenti, e racconta il suo riavvicinamento alla fede. Difende l’ecologia politica, critica chi si è affrettato a elogiare il Fini “di sinistra”, segnala che non si può costruire una coalizione unicamente contro Berlusconi.
Probabilmente questo non basterà ai detrattori – in particolare quelli che in fondo ce l’hanno con Rutelli perché attacca un partito che non esiste più in politica, il Pci, ma che è sempre vivo nelle emozioni – che pure difficilmente si prenderanno la briga di leggere il libro.
L’onere della prova in questo caso spetta però proprio a Rutelli. Che non deve rispondere o giustificarsi ovviamente con chi lo insulta ma che, se vuole la “svolta”, ha l’obbligo della chiarezza. L’alternativa al partito di sinistra è il partito che punta a conquistare il cuore, ad allargarsi nel centro della società, come scrive nel libro, o è invece il partito centrista? E la cifra è il riformismo o il “moderatismo”?