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La rivelazione è arrivata come un lampo. Io, che di tutto il dibattito sulla New Italian Epic non avevo mai colto il senso profondo, mentre cercavo le parole per parlarvi di Settanta ho pensato all’Iliade. E ho capito. Settanta è epica italiana, poco eroica, molto guerriera. Con una scelta stilistica non etichettabile: noir, che pure è il contenitore che negli ultimi anni ha dato voce alla saga del complotto italiano, è riduttivo. Noir cinematografico, noir d’azione. Ma anche western, poliziottesco, fumetto. Ultra-noir. Bisognerebbe inventare qualcosa di nuovo per etichettare Settanta. Secondo volume di una trilogia (il primo era Confine di Stato, se ve lo siete perso correte a recuperarlo) sui troppi misteri italiani, inizia dove finiva Confine di Stato. Si alza il sipario.
Welcome ladies and gentlemen. Benvenuti all’inferno degli anni Settanta. Settecento pagine (quasi) per raccontare il decennio buio della storia italiana. Non un romanzo storico, ma una cavalcata a pelo sui misteri d’Italia. Con le doverose puntualizzazioni – non paraculate, no, ché di coraggio per fare i nomi ce ne deve essere voluto, e molto – che separano lo scenario storico dalla finzione narrativa, Simone Sarasso racconta l’epica da far west, anzi da spaghetti western, dello stivale. Quando per tutta la penisola rimbalzano proiettili e si sente odore di cordite, quando un bambino di 26 chili è in realtà un ordigno devastante, quando alcol nicotina e droga sono le medicine dei duri. Il tempo dei Ray-Ban a goccia e della gelatina sui capelli. Dal fallito golpe Borghese alla strage di Bologna, sul palcoscenico si muovono marionette guidate da fili invisibili. Sottrarsi al gioco è impossibile: chi ci prova viene ricacciato dentro, se necessario, o fatto fuori, se superfluo.
Chi
I politici. I criminali comuni. I terroristi. I brigatisti. I corrotti. I giudici. I militari. Dimentico qualcuno? Ah sì: gli attori. Figure femminili: poche e poco emancipate, per lo più positive. Il gioco sporco è un gioco da uomini, negli anni Settanta. Tutti facilmente riconoscibili ma tutti – come spiega lo stesso autore – guidati dalla trama superiore della narrazione che ne stravolge le reali identità. Colpisce la psicologia dei personaggi: il rovello interiore, la rabbia lacerante, l’impotenza, la paura, il tradimento. Emozioni represse che esplodono impazzite. E quando chi ha in mano il telecomando impazzisce, le conseguenze sono disastrose.
Torna poi la cifra del grottesco.
Il pericolo rosso non diventerebbe mai realmente pericolo, preso com’è dalla filosofia, se non venisse spinto un filo oltre. Da chi, lo scopriremo.
Ettore Brivido e la sua banda: lui avrebbe le capacità per mettere a ferro e fuoco l’Italia, ma i suoi uomini sono comici spaventati guerrieri di periferia, incapaci e grossolani.
Il Commissario: nella sua lucida follia vorrebbe l’ordine e la giustizia. Ma è, appunto, solo un topolino folle partorito da una montagna.
Sterling ha l’operatività di Unknow (lo Sconosciuto di Magnus) e la stessa storia cruenta, ma non è stato distrutto dalla sua storia, è disincantato e cattivo.
L’Omino: reprime e controlla, mortifica e sublima. Un mostro di gelo razionale. Basterebbe così poco per fermarlo. Ma senza di lui sarebbe il Caos.
E così via. Tutti sull’orlo di una lucida follia.
Cosa
Una partita a scacchi che ha come posta l’Italia. Solo che sulla scacchiera ci sono i Bianchi, i Neri e i Grigi. I Grigi si muovono sulle intersezioni, creano ostacoli, abbattono barriere, favoriscono ora l’uno ora l’altro dei contendenti con mosse invisibili. Chi guarda la scacchiera non si spiega perché i Bianchi e i Neri facciano mosse assurde, irrazionali.
Solo ora, a trent’anni di distanza, è possibile tirare le somme di quella partita, pur con tutte le lacune che la Storia ci ha consegnato e che sono finite sottoterra insieme ai protagonisti di quegli anni. E chi sa, e potrebbe parlare, forse non lo farà mai. La verità giudiziale, l’unica alla quale possiamo aggrapparci, non colma il baratro, non appaga la sete di verità, non rende giustizia alle vittime. Non spiega, non aiuta la mente a colmare i vistosi buchi logici che qualcuno ha cercato di coprire con montagne di carte. E dove non arriva la Storia arriva la finzione a dare un senso, un ordine, una spiegazione. Per quanto terrificante possa essere, sapere è sempre meglio che ignorare.
Come
Con la strategia della tensione. Con la creazione di un nemico fittizio per generare artatamente i buoni. Con una dinamica feroce e ossessiva di controlli, di ricatti, di eserciti privati fomentati ad arte e schierati all’occorrenza, pronti per essere sacrificati. Soldati mercenari senza morale e senza capi, vittime di ideali distorti e malati. O leali servitori dello Stato sacrificati dallo Stato stesso: un crimine odioso.
Dove
In Italia, negli anni Settanta. Tra Roma Milano Genova Bologna la Calabria. Nessuno escluso, qualcuno ai margini, meno colpevole solo perché meno consapevole.
Perché
Per la gloria. Per il potere. Per il controllo. Per trovare un posto nel mondo, per crearsi un’identità e affermarla. O per mero sadismo. A causa di pochi psicotici milioni di italiani sono stati inconsapevoli pedoni mentre partite ben più importanti si giocavano sulla loro pelle. E forse non bisognerebbe nemmeno parlare al passato.
Perché leggerlo
Perché ha una scrittura lacerante. Le pagine di Sarasso sono indimenticabili. Taglienti, spettacolari, agghiaccianti.
E poi per ricordare, per non dimenticare, per continuare a cercare. O per archiviare. Fate voi. Chi c’era e chi non c’era – Sarasso, ad esempio, è del 1978: è nato dopo il sequestro Moro, tanto per capirsi – può scegliere se ignorare o sapere. Decidere da che parte stare, o decidere che è tempo di chiudere i conti con quel passato. Ma per prendere una decisione è comunque necessario un consenso informato. Poi, come tutte le decisioni, va presa di cuore, di pancia. Ma dopo Settanta se decidete di ignorare siete ancora più colpevoli.








