di Massimiliano Di Giorgio

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Conosco Fabio Fontanella da 30 anni. Un sacco di tempo. Anche troppo, considerato che avevamo 15enni e adesso siamo entrambi (un po’ tardivamente) padri di famiglia.
Trent’anni fa lui arrivava a Ostia (a Ostia, non genericamente a Roma, la Capitale: Ostia è invece la spiaggia, un quartiere lontano e un po’ alieno, un altro posto, insomma) da Napoli, e sicuramente nello scambio, a ripensarci, ci ha perduto un bel po’.
Ma a Napoli c’era appena stato il terremoto, e Fabio comunque non è mi è mai sembrato troppo dispiaciuto di essersene andato.

Figlio d’arte, quel compito ragazzetto – in apparenza – di famiglia “bene” napoletana, cominciò subito col riempirci di schizzi i diari. E rimpiango di non avere più il mio dell’epoca, magari avrei potuto venderlo all’asta da Christie’s.
Si capiva subito che Fabio aveva talento, soprattutto per la sua capacità di disegnare, con pochi tratti, facce piene di significati, che coglievano il carattere di chi veniva ritratto. Ricordo quando disegnò a memoria sul mio diario la ragazza a cui sbavavo dietro all’epoca, con l’aggiunta di barbi e baffi alla D’Artagnan e completo da moschettiera (lei aveva solo qualche rado pelo, in verità…).

A parte cazzeggiare, giocare a flipper, sentire musica da un radioregistratore che ci portavamo dietro e altre amenità, all’ultimo anno di liceo realizzammo insieme un numero unico di una fanzine  “Funk Off”, in cui c’era anche un fumetto scritto da me e illustrato da lui, con una sceneggiatura vagamente bladerunnesca.
[Diversi anni dopo abbiamo discusso di adattare a graphic novel il mio primo romanzo pubblicato, "NoCompromise", mentre io pensavo ancora a quel vecchio fumetto di due-tre pagine: poi però non se ne è fatto nulla]
Mia madre lo chiamava “il principe”, per il suo modo di fare così garbato  – era un paraculo, ma le madri apprezzano così tanto questa qualità – e per le presunte origini nobiliari.

Poi ci perdemmo di vista per un bel po’. Seppi che si era trasferito a Berlino, ma non gli ho mai chiesto se le varie storie che circolavano sulla sua permanenza nella città del Muro – sì, c’era ancora il Muro – erano vere o meno.
Lo rincontrai a Roma diversi anni dopo, grafico professionista, apparentemente molto “integrato” nel business. Ma erano solo apparenze. Dopo un po’ si era già stufato e aveva ricominciato a fare l’illustratore indipendente, più sovversivo per carattere che per vocazione politica.
Nel corso degli anni ci siamo sentiti, visti e scritti a intermittenza. Una volta, a sopresa, in un ristorante a San Lorenzo, quartiere che calza abbastanza a pennello con la sua immagine di artista post-punk metropolitano impegnato (con qualche sprazzo, ogni tanto, da emigrante napoletano colto). E proprio a San Lorenzo si è inventato questa Grafica e Posteria popolare dove magari potete trovarlo a lavorare di notte.

I nostri figli sono andati per qualche tempo allo stesso asilo. Ogni tanto ci incontriamo nell’area giochi di piazza Vittorio o, molto più raramente (almeno per me), a qualche manifestazione. Ci siamo rivisti a Ostia, per la festa di compleanno dei suoi figli. Cazzeggiamo su Facebook. Ogni tanto ci confessiamo cose serie (ma dura poco, il momento della serietà).
E’ la prima volta, però, che vedo annunciata una mostra di Fabio, che pure è un artista con un bel background, che ha disegnato per riviste internazionali.
E’ il caso di “Faces” , dove presenta una ventina di suoi ritratti di personaggi famosi (tutti defunti, pare…), in un locale del Pigneto (che in fondo è il nuovo San Lorenzo, e siamo sempre lì) dove si tiene la mostra, dal 14 gennaio.

E qui (mentre siete legittimamente autorizzati a pensare che tutto quel che ho scritto potrebbe andare tranquillamente nella rubrica “Chi se ne frega”…) lascio la parola a quelli di Oblomov, che hanno curato e ospitano l’expo:
Facce, teste, intelletto, il corpo, l’azione, sole e acciaio. Il sole che accende il guizzo creativo, l’acciaio del bilanciere che forgia muscoli scattanti e quello brumato d’un fucile da caccia. Corpi temprati, curati o disfatti metodicamente dal vizio, dalla follia. E volti. Impavidi, narcisi, ossessivi. Che fissano dalle grate d’un manicomio, dal fondo d’una bottiglia, da uno scaffale colmo di libri.
Sono facce di scrittori, poeti, uomini e donne che il talento, e l’esibizionismo, hanno spinto al centro dell’attenzione, almeno del mercato letterario. Emotivi e vulnerabili. Sensibili a ogni critica e nel contempo all’influenza altrui, consapevoli di svolgere (e recitare) un ruolo messianico nel panorama culturale.
Da Mishima a Pasolini, dalla Merini alla Sontag, da Hemingway a Palanhiuk, sono 20 i ritratti che Fabio Fontanella, illustratore con base a San Lorenzo espone dal 14 gennaio da OBLOMOV in via Macerata 58, al Pigneto.
Schizzi, segni, trame che evocano numi tutelari, padri immaginari, madri putative. Un background culturale di formazione, a volte ripudiato, mai rimpianto. Una galleria prima di tutto d’uomini e donne che, come ricorda Henry Scott Stokes, a proposito di Mishima, nell’esibire specialmente sè stesso (a volte a detrimento d’una pur eccellente produzione letteraria)
,

“invocava soltanto amore, pur essendo
apparentemente incapace di amare”.

di Redazione

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