di Ida Ardovino

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08 marzo 2010 | Nessun commento
di Massimiliano Di Giorgio

scritto in Consumi, Diritti, Educazione, Figurative, Giochi, InSicurezza, Libri, Media, Movimenti, Politica | permalink

Qualche tempo fa, passeggiando col nonno francese, mio figlio Victor gli ha detto, indicando dei graffiti su un muro: “Hai visto? Sembrano quei disegni che abbiamo visto al museo”. In effetti, poco tempo prima avevamo visto tutti insieme la mostra “Né dans la rue” che la Fondazione Cartier di Parigi dedica fino al 29 novembre alla Street Art.

Ecco, per un bambino di 3 anni è normale che degli “scarabocchi che imbrattano un muro” – è quello che pensa mio suocero – siano in un museo, mentre oggi in Italia chi traccia “tag” o compone un graffiti può essere denunciato, come prevede il “pacchetto sulla sicurezza” approvato dal Parlamento.

Il malpensantismo sulla Street Art non è necessariamente di destra. Nel 2008, una delle prime uscite di Francesco Rutelli, quand’era candidato a sindaco di Roma, fu proprio contro i writer, cioè coloro che lasciano la loro tag, firma, in giro. E anche Walter Veltroni si era espresso poco prima in modo simile. E, soprattutto, entrambi i politici parlarono di tag e graffiti come di un problema di ordine pubblico, una priorità da agenda politica.

Eppure, che i graffiti e le stesse tag siano riconosciuti ufficialmente come forme artistiche non è una novità. Basta considerare la quantità di mostre che vengono dedicate al fenomeno. A Parigi, prima del tributo della Cartier, c’era stata a inizio anno la bella mostra “Tag” al Grand Palais, con oltre 100 writer ospiti, tra cui gli italiani Bo 130 e Microbo.

E proprio Roma, per tornare a noi, negli anni 80 ospitò una esposizione d’avanguardia sui graffiti newyorchesi, al’epoca in cui Keith Haring era ancora vivo e Basquiat non era entrato definitivamente nella leggenda. Forse però la genesi di quell’arte, nata in forma “illegale” sui muri e sui vagoni della metropolitana, è stata dimenticata.
Dunque, la questione è: a chi fanno paura le tag e i loro autori?

Un paragone si potrebbe fare forse con la vicenda dei lavavetri e delle altre persone che chiedono qualche tipo di elemosine ai semafori o per strada.
Tolti di mezzo i casi di sfruttamento di bimbi o di persone disabili costretti a chiedere soldi, o anche di coloro che risultano davvero insistenti e dunque molesti, che fastidio danno davvero i lavavetri, che dal primo novembre a Roma rischiano multe, sequestri e denunce?
Probabilmente nessuno, dato che la maggior parte di loro, quando si declina l’invito, non insiste a chiedere di lavarvi il parabrezza per mettere insieme quegli spiccioli che servono a vivere.
Eppure, i lavavetri sono un formidabile parafulmine per gli automobilisti, che possono così scaricare su di loro nervosismo, tensioni e ansie. Anche se il traffico è una bestia più brutta del lavavetri, è più facile cavarsela così.
E poco importa, per esempio, che a Roma nell’ultimo anno la circolazione stradale sembra essersi fatta più difficile, con la riduzione dei posti nelle “fasce blu”, l’aumento delle auto parcheggiate impunemente in doppia fila, i semafori non rispettati e la giunta capitolina che fa un bel regalo agli indisciplinati, “sanando” le vecchie multe non pagate.

Il problema principale, però, sembrano essere i fastidiosi lavavetri.

E i graffitari, i tagger? Se per i lavavetri si potrebbe invocare la scocciatura per gli automobilisti, a chi danno fastidio i graffitari, quale ordine pubblico mettono in pericolo? Spesso, sono proprio loro a correre rischi. A fine ottobre un writer di 23anni che stava probabilmente scrivendo lungo i binari dell’anello ferroviario, a Roma, è stato investito da un treno, ha perduto una gamba e una mano. Non è il primo, sfortunatamente non sarà neanche l’ultimo.
Una canzone degli “Assalti Frontali” celebra Cheecky P., 22enne “graffitara “della crew Roma 00199 investita di notte da un’auto pirata nel 1991.

Il writer investito dal treno avrebbe potuto essere denunciato ai sensi del pacchetto sicurezza. Certamente, se non si fosse avventurato sulla ferrovia, non gli sarebbe successo nulla. Ma dobbiamo ritenerlo un reato, il suo?
E una tag è più fastidiosa e pervasiva di un manifesto abusivo, che sia commerciale o politico, di cui le nostre città sono tappezzate, senza che quasi mai nessuno paghi per una violazione, più che delle leggi dell’estetica, di quelle della concorrenza?
Un graffiti su un vagone della metropolitana non lo danneggia. I soldi spesi per cancellarlo, invece, arricchiscono solo le società di pulizie. Ma un vagone ricoperto di tag è sempre un buon parafulmine per i pendolari incazzati perché i trasporti non funzionano.

Esistono diversi libri che raccontano la genesi e lo sviluppo della Street Art. L’ultimo in ordine di tempo è forse Punk Capitalismo, che racconta come i “pirati” – graffitari compresi – sovvertendo le regole aprano la strada a nuove tendenze che saranno poi sfruttate da tutti, e soprattutto da chi ci farà soldi sopra. Pensate solo all’uso commerciale delle tag per diversi marchi o alla riproduzione all’infinito del già citato Haring.

E proprio “Punk Capitalismo” ricorda anche come l’umanità scrive sui muri fin dai tempi delle caverne, spesso solo per segnalare che “io sono stato qui”.

Uno come Rutelli, che vorrebbe istituire un registro degli italiani illustri in cui includere il creatore delle Winx (c’è scritto nel suo ultimo libro, “La Svolta”) dovrebbe forse interrogarsi se gente come Microbo, o anche come le crew che a Roma hanno costellato i muri ferroviari coi loro marchi (è il caso per esempio di Reps) rappresentino davvero un pericolo per l’ordine pubblico. E se non sia controproducente perdere tempo e gettare denaro per dare loro la caccia, invece di sentire cosa hanno da dire.

di Redazione

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Dj NoS-K è un musicista francese, della regione parigina, che ha una formazione classica ed è polistrumentista, fulminato sulla via della musica elettronica grazie a un album dei Daft Punk, “Home Work”, uscito nel 1997.  Oltre a comporre e a suonare, produce altri musicisti e remixa pezzi di colleghi, navigando tra i diversi stili. Questa traccia, Summer Days, proviene dall’album “Brother”, distribuito online in licenza Creative Commons.

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15 settembre 2009 | Nessun commento

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