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[Michele Cardulli, 41 anni, è un giornalista e militante del Partito Democratico. Per Novamag racconta la stagione congressuale del Pd, vista da un circolo romano]
Perdonate la serietà, ma non è facile raccontare a caldo un’ondata di emozioni contrastanti come quella provata da chi ha vissuto dentro i seggi le primarie per l’elezione del segretario del Pd.
Emozioni forti. Intanto, perché vedere le persone in file ai gazebo, nei circolo, dopo il “caso Marrazzo” non era per nulla scontato. Soprattutto nel Lazio. E credo che parte del successo di Bersani, malgrado il governatore fosse un suo sostenitore, dipenda anche da questo.
Il popolo del Pd - scusate la definizione retorica, ma tre milioni di persone sono un popolo – ha scelto la figura più rassicurante, più tradizionale. Il Pier con quella faccia da contadino, per bene era la scelta di chi ha bisogno di certezze.
Andiamo con ordine: si comincia alle sei e mezzo di mattina. Appena sveglio guardo il cielo. Il fattore climatico è fondamentale. Bello, limpido, manco una nuvoletta.
Arrivo al circolo, pratiche burocratiche, le ragazzette mandate lì a rompere le scatole dai circoli “a noi avversi” belle pronte a svolgere fino in fondo il loro compito.
E si parte: tu due mesi fa mi hai detto che sono una serva. Embé? Che vuoi dillo al tuo padrone, quello che è uno degli uomini più potenti del Lazio, ti comanda a bacchetta. Mica è colpa mia se ti fai comandare. L’altra, la figlia dell’assessore, se ne sta buona a guarda la scena.
I compagni, come al solito, mi dicono: “E’ ma tu esageri, saresti uno bravo ma poi ti perdi in queste cose”. Magari esagero, ma voi gli fate fare sempre quello che vogliono. E mai che qualcuno dica basta a quelli che ti sussurrano alle spalle, “prima o poi tanto lo trovi uno che te lascia per terra”. E’ inutile. E’ sufficiente un attimo di distrazione e ti trovi il circolo invaso da loschi figuri.
Cominciano ad arrivare le persone, quelle vere, quelle a cui delle nostre beghe da cortile non gliene frega niente. E allora mi metto a fare il cane da guardia, perché il voto sia davvero libero. Tanto l’altro “sgherro” della parte a noi avversa non si fa vedere, se ne sta al bar del quartiere a fare la parte del boss dei poveri. Disperde delle strade del quartiere quantità industriali dei cosiddetti “santini”, i bigliettini con le indicazioni di voto.
La folla si ingrossa, il clima si distende. Perché quando arriva il popolo, tutti i trucchi, gli imbrogli che possono mettere in campo, vengono spazzati via.
Piccoli problemi, qualche presidente di seggio un po’ troppo rigido. Mi vado a fare un giro per i seggi del nostro collegio elettorale. Anche qui: folla. In piazza, nei circoli, nei locali improvvisati.
Che bello, però. Altro che la tristezza decadente degli inutili congressi che abbiamo celebrato. Qua ci sono gli elettori veri, quelli che magari sono un po’ incazzati con noi, anzi parecchio. Ma che vengono a dirci: guardate che servite come il pane a questo Paese disastrato. Finitela con gli impicci, tornate quelli che fanno l’opposizione, tornate a occuparvi di noi.
Va avanti così tutto il giorno. Mi metto persino a fare il tassista: una signora anziana ha sbagliato seggio, la porto in macchina al seggio giusto. Salendo le dico: signora la accompagno a un solo patto, lei non mi dice come vota, io non le dico quello che ho votato.
Torno al circolo e quella di prima riattacca, la mando allegramente a quel paese, strillando. Il presidente del seggio minaccia di chiamare i carabinieri. Vorrei dirle che così fanno una bella retata, ma me lo risparmio, dò un calcio sulla porta con gli anfibi e me ne vado bestemmiando.
La povertà dei piccoli burocrati, la grandezza di un popolo che ci ha dato ancora fiducia. Questo è il contrasto. Bersani è segretario, che Dio ce la mandi buona.
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di Ed Stoddard
Dallas – Gli operai maschi bianchi sono stati tra i maggiori sconfitti di questa recessione. Questo significa che il partito democratico del Presidente Barack Obama sarà il maggior sconfitto nelle elezioni del Congresso nel 2010?
Alcuni esperti affermano di si, anche se gli operai bianchi (i blu collar) hanno appoggiato i Repubblicani per decenni e rappresentano una percentuale in diminuzione dell’elettorato USA.
Tuttavia costituiscono ancora il 15% dei viotanti, e negli stati industriali del Midwest le loro crescenti preoccupazioni economiche potrebbero fare la differenzaalle elezioni per il Congresso. E la loro frustrazione economica potrebbe andare a sostenere l’opposizione all’agenda di Obama portata avanti dai conservatori.
I democratici controllano oggi entrambe le camere del Congresso e Obama ha vinto la corsa alla Casa Bianca lo scorso anno principalmente a causa della forte crisi economica e finanziaria. Le elezioni del 2010 saranno considerate un referendum sulle politiche economiche di Obama.
“I democratici nel 2010 si troveranno ad affrontare un ciclo elettivo difficile e perdere terreno con una parte significante dell’elettorato, la classe operaia bianca maschile, lo renderà ancora più difficile”, afferma Cal Jillson, un esperto di scienze politiche della Southern Methodist University di Dallas.
“Credo che nel Midwest industriale, in posti quali la Pennsylvania e l’Ohio, ci siano dai 10 ai 15 posti, di recente acquisizione dei Democratici che sono stati dei Repubblicani, per mantenere i quali i Democratici, in questo giro, dovranno lottare”, continua Jillson.
Il problema sta nella particolarità del mercato del lavoro. Secondo i dati del Ministero del Lavoro degli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione maschile a settembre è salito all’11% rispetto al 6,8% dello stesso mese dell’anno precedente. Il tasso complessivo, negli stessi 12 mesi, è salito dal 6,2% al 9,8%.
Nello stesso periodo, per i bianchi al di sopra dei 20 anni, il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato, dal 5,5% al 9,6%. Il tasso di disoccupazione per i maschi afro americani nello stesso gruppo d’età arriva fino al 16,5%, ma i neri in generale restano un elemento chiave della base Democratica.
Il tasso di disoccupazione perchi ha abbandonato le high school (le superiori) e per quelli che hanno solo il diploma di scuola superiore è molto più alto rispetto a quello dei laureati. In America la classe operaria è normalmente definita come la classe dei lavoratori senza laurea. Si tratta di un gruppo che negli ultimi tre decenni ha visto il proprio salario ristagnare e diminuire con il trasferimento all’estero delle produzioni e il crollo del sindacato.
Nell’attuale recessione, altri milioni di lavoratori hanno perso il lavoro, specialmente in settori quali quello edile e manifatturiero, e la maggior parte dei lavori legati alla catene di montaggio sono finiti per sempre.
Secondo Andrew Sum, professore di economia del lavoro della Northeastern University di Boston, la percentuale di disoccupati che, a luglio, agosto e settembre di quest’anno ha affermato che la perdita del posto di lavoro era permanente è stata del 54%. In confronto al 36% che ha dichiarato la stessa cosa nell’ultimo quadrimestre del 2007, quando la recessione è iniziata.
“Questo spiega perché le persone sono preoccupate, perché non hanno un posto di lavoro dove rientrare”, dice Sum.
UNA BASE IN DIMINUZIONE
Gli operai (maschi bianchi) per decenni hanno voltato le spalle al partito Democratico: un fatto disorientante agli occhi di alcuni, perché il voto per il partito Repubblicano, che è pro-capitalismo, è considerato come un voto contro i loro interessi economici.
Ma specialmente nelle zone più importanti degli Stati Uniti, dove i liberal sono guardati con sospetto, la classe operaia bianca è stata conquistata dagli appelli dei Repubblicani al patriottismo, a Dio e alle armi.
Secondo Scott Keeter, del Pew Research Center, il candidato Repubblicano sconfitto alle presidenziali, John McCain, ha continuato quel trend e ha battuto Obama con un largo divario, il 59% contro il 39%, tra la classe operaia maschile bianca.
La percentuale di consenso verso Obama tra gli operai bianchi è intorno al 40% secondo l’ultima indagine del Pew.
Gli strateghi democratici dovrebbero prestare attenzione ai dati demografici di questo gruppo che rappresenta una base in diminuzione. “Nel 1994, gli operai maschi bianchi erano il 22% delle persone intervistate nelle nostre indagini, quest’anno sono il 15%”, dichiara Keeter.
Tuttavia, rimangono ancora una fetta significativa di elettorato e le loro preoccupazioni sembrano in parte guidare l’opposizione dei conservatori alle politiche fiscali di Obama e alla sua priorità nazionale, la riforma del sistema sanitario degli Stati Uniti.
Coloro che hanno manifestato in occasione dei “Town Hall Meetings” e coloro che hanno preso parte alle proteste del cosiddetto movimento “Tea Party” contro i finanziamenti del governo erano per la maggior parte bianchi, e gli esperti affermano che senza dubbio sono principalmente maschi appartenenti alla classe operaia insicuri riguardo al loro futuro.
“Sicuramente l’insicurezza economica ha avuto un ruolo rilevante. Per molte persone l’adesione ad uno stile di vita borghese è molto più debole di quanto fosse fino ad un paio d’anni fa”, dice Keeter.
Altri esperti riprendono questo punto di vista, sottolineando che molti operai maschi bianchi lamentano ditrovarsi in una condizione peggiore rispetto a quella dei propri genitori.
“Molti hanno perso il lavoro e hanno problemi a fare quelle cose che hanno visto fare ai propri genitori ma che loro non possono fare, e così è facile finire a sventolare cartelli a una manifestazione del ‘Tea Party’”, aggiunge Jillson.
[Ringraziamo Reuters per l'amichevole autorizzazione a riprendere l'articolo, uscito l'11 ottobre scorso. Traduzione di Maria Vittoria Ramogida]
di Massimiliano Di Giorgio
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Novamag non è una rivista di politica, ma che parla anche di politica, a modo suo. Quindi è normale che ci interessino le primarie del Partito democratico. Che primarie non sarebbero neanche, a dire il vero.
Questo numero di Novamag è dunque una monografia, in cui trovate pezzi di analisi divertita e di serio cazzeggio, ma anche tre interventi a favore dei tre candidati, in ordine di voti raccolti nei congressi del Pd: Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino.
Non spetta a noi attribuire endorsement o dare pacche sulle spalle a qualcuno, che sia un candidato o un partito. Le primarie sono interessanti in generale per la politica italiana, visto che il Pd è il secondo partito in Parlamento e attorno a esso passa la possibilità di un’alternativa al governo di destra, che ciò avvenga attraverso elezioni o con qualche cambiamento di assetti politici in corso di legislatura, se Silvio Berlusconi si dovessere dimettere.
Prima scrivevo che quelle del 25 ottobre di regola non sarebbero neanche primarie, perché portano non a individuare un candidato alle elezioni – come fu nel caso di Romano Prodi per l’Unione e com’è abitudine negli Usa tra Democratici e Repubblicani – ma il segretario di un partito, che non sarà necessariamente il candidato premier di uno schieramento. Chi vuole andare a votare lo tenga presente.
E ancora. Se in teoria è vero che votare, anche spesso, non fa male alla democrazia ed è interessante l’idea di aprire di più il partito agli elettori, c’è il rischio che per il Pd queste Primarie “interne” possano rappresentare un boomerang.
Come scrive qui Maurizio Belfiore, è possibile che tra elettori e simpatizzanti – e “curiosi” – prevalga la delusione, e che vadano a votare in pochi o comunque molti meno che nel 2007.
C’è poi da tenere conto del fatto che il Pd, nei mesi in cui organizza il congresso e le primarie, sembra spesso andare in tilt organizzativo e politico. Le primarie diventano una specie di realtà virtuale che sostituisce (in parte, almeno) quella materiale e quotidiana, i candidati si attaccano a suon di comunicati e manifesti, si organizzano centinaia di riunioni, si spendono soldi ed energie.
Il rischio, dunque, è che le primarie, così come sono, risultino controproducenti per l’attività del partito, ripiegato troppo su stesso e con troppe voci che si esprimono in modo dissonante per troppo tempo.
Ricordate la storia del dito e della Luna? Il rischio è il dito siano le primarie, la Luna l’altro schieramento politico, nell’Italia più o meno bipolare.