di Rassegna Stanca
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L’antefatto è noto. Alfredo Milioni presenta in ritardo la lista Pdl per le regionali, il pretesto del panino, l’accusa di essere stato aggredito, le polemiche…
Poi, improvvisamente, il premier chiede scusa. Chiede scusa agli italiani per il pasticcio combinato a Roma e Milano. Chiede scusa alla Polverini. Chiede scusa, in particolare, agli elettori del Pdl, dicendosi preoccupato e amareggiato per il fatto che non potranno votare il proprio partito a causa della superficialità (o anche peggio) di alcuni dirigenti. Sospende immediatamente Alfredo Milioni e Angelo Pallone dal Pdl. Affida a una commissione interna il compito di scoprire se dietro quel grave errore ci siano responsabilità a livelli più alti, lasciando intravedere la possibilità di nuovi provvedimenti disciplinari. Sottolinea che le regole in democrazia vanno rispettate e blocca immediatamente quelle sparute e dissonanti voci all’interno del suo schieramento che richiedono un atto del Governo (un decreto salvaliste ad esempio) per rimettere in corsa il Pdl in provincia di Roma e la Lista Formigoni in Lombardia. Si appella quindi al senso di responsabilità dell’opposizione affinché il risultato elettorale, in una Regione così importante, non sia falsato dall’assenza di uno dei contendenti. Pd e Idv si dicono disponibili a una soluzione condivisa e il Presidente della Repubblica si propone di esaminare il caso convocando i rappresentanti dei diversi schieramenti, alla presenza dei Presidenti delle Camere che, sin qui, hanno mantenuto sul caso un silenzio istituzionale.
Questa è la storia che ho raccontato a una mia amica svedese di passaggio a Roma. Ha visto le immagini del Tg, i tanti filmati, i tantissimi politici intervistati… non comprendeva le parole, mi ha chiesto di tradurre. Dovete capirmi… s’è fermata in Italia solo un paio di giorni… vorrei vedere voi a spiegarle tutto per filo e per segno.. un imbarazzo! Lei, peraltro, non s’è affatto meravigliata del mio racconto. “Anche nel mio Paese – ha detto – si sarebbero sicuramente comportati così…”.
di Massimiliano Di Giorgio
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Talvolta, a leggere le dichiarazioni di alcuni esponenti politici, sembra che in Italia la guerra civile 1943-45 – la cui esistenza del resto è stata riconosciuta a fatica e da pochi anni – non sia mai terminata davvero, anche se continua a scarsa intensità e soprattutto a livello verbale.
Certo, sentire volare parole grosse è sempre meglio che udire i colpi di fucile. Ma un lettore straniero, mediamente acculturato, come potrebbe aver interpretato, nella vicenda delle elezioni regionali italiane, le parole di qualche giorno fa del ministro della Difesa? “Noi attendiamo fiduciosi i verdetti sulle nostre liste, ma non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto”, ha detto Ignazio La Russa dopo lo scoppio della vicenda legata all’esclusione della lista del Pdl nel Lazio e del “listino” Formigoni in Lombardia.
E quelle di un ex magistrato ed ex ministro, tra i principali leader dell’opposizione? “Non si tratta di interpretazione, ma di un palese abuso di potere che in uno Stato di diritto andrebbe bloccato con l’intervento delle forze armate al fine di fermare il dittatore”, ha commentato venerdì sera Antonio Di Pietro il decreto legge varato dal governo di Silvio Berlusconi per cercare di risolvere la questione delle liste escluse.
(Viene da chiedersi: se in un paese civile, e l’Italia non lo sarebbe stando al ragionamento del leader dell’Idv, intervengono le forze armate, in uno sottosviluppato che può succedere?).
Poi Di Pietro ha abbassato i toni, nel senso che si è limitato “solo” a proporre l’impeachment per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, reo di aver firmato il famoso “decreto interpretativo”. Come se l’impeachment fosse cosa di tutti i giorni e se qualcuno avesse già dichiarato l’incostituzionalità del provvedimento (oltre al fatto, tutto sommato trascurabile, che il centrodestra gode di un’ampia maggioranza parlamentare…).
D’accordo. Qualche lettore dirà che gli stranieri, soprattutto i nostri concittadini europei, sanno benissimo che siamo degli inguaribili burloni e che il nostro è il Paese delle tragicommedie. Anche se forse, mentre è scoppiato il dramma delle finanze greche, qualche dubbio emerge anche su quelle di altri paesi – Italia inclusa – ed è in corso una pressione speculativa sull’euro, forse sarebbe meglio evitare certe uscite.
E poi, chiaramente, siamo nel 2010, non nel 1943, e il fascismo non c’è più da tempo (anche se l’epiteto è sempre in voga, soprattutto se riferito all’attuale governo di centrodestra).
Però, giova sempre ricordare che la storia della Repubblica italiana è stata percorsa dalla violenza: spesso sotto traccia, in modo quasi impalpabile; altre volte in modo tragicamente evidente, con le bombe e i morti. Abbiamo collezionato una serie di stragi, omicidi, rapimenti, sabotaggi, organizzazioni clandestine, progetti eversivi, sospetti di influenze e interventi stranieri che fin qui hanno ispirato pochi autori di gialli, in fondo, ma la cui “vulgata” è piuttosto diffusa tra l’opinione pubblica, anche se declinata in modo diverso a sinistra e a destra. E questa vulgata dice che siamo il Paese dei complotti ( che siano quelli della Dc e della Cia prima o quelli della sinistra – e dei magistrati e della Cia, dice perfino qualcuno quando parla di Di Pietro – contro Silvio Berlusconi dopo fa lo stesso, in fondo).
Dunque, il timore che una “sollevazione” pacifica e democratica possa provocare un rigurgito di oscura violenza è del tutto comprensibile. Basti solo pensare a quello che è successo a Genova nel 2001, anche stando soltanto alle sentenze già pronunciate dai tribunali sui fatti di Bolzaneto o della scuola Diaz.
Ma, lo stesso, si continua a giocare col fuoco, con le parole e anche con le emozioni dei cittadini.
Se il Pdl è in difficoltà, con il governo sceso al minimo storico dei consensi (il 39%, dice un sondaggio Ispo per il “Corriere della Sera” pubblicato ieri), dopo la questione delle liste escluse per irregolarità, il Pd – che pure è in risalita nei poll elettorali – rischia di rimanere stritolato tra i richiami al realismo e il timore del proprio elettorato.
Da un parte accusa il governo di violare le regole, dall’altra difende il presidente della Repubblica che pure ha firmato proprio il decreto che le violerebbe. E organizza, con tutto comodo, una manifestazione il 13 marzo, di sabato, come fosse una delle tante “passeggiate” anti-Berlusconi a cui ci ha abituati da oltre 15 anni l’opposizione di centrosinistra.
Lo stesso Napolitano si sente addirittura in dovere di rispondere sul sito web del Quirinale a “cittadini” che lo tirano per la giacca – come si dice -, difendendo anche politicamente il decreto, e spiegando che invece la precedente bozza presentata dal governo, quella sì che era incostituzionale. Ora ci si deve dunque aspettare che il capo dello Stato giustifichi sul Quirinal-blog tutte le prossime firme o non firme del prpprio mandato?
Anche i radicali, che hanno sempre combattuto la battaglia per le regole, con ostinazione, talvolta in modo quasi maniacale, sembrano contribuire ad alimentare la confusione, facendo trapelare l’idea che la candidata presidente del Lazio per il centrosinistra, Emma Bonino, potrebbe ritirarsi per protestare contro l’azione del governo.
Come le dimissioni, anche i ritiri non si annunciano: ci si ritira. E se per una presunta violazione della legge da parte di alcuni comuni italiani – sulla raccolta delle firme per la presentazione delle liste elettorali – Bonino ha lanciato lo sciopero della fame e della sete, per un preteso atto incostituzionale da parte del governo cosa dovrebbe fare? Lanciare una campagna disobbedienza di massa? Ci si potrebbe anche interrogare sulla legittimità di tale protesta, ma non serve, perché non accadrà.
In paesi che citiamo sempre come esempi di democrazia sono successe cose anche peggiori di quella di cui discutiamo in questi giorni. In Francia, per esempio, alla fine degli anni 50 ci fu una crisi costituzionale che portò alla presidenza il generale Charles De Gaulle, ma nessuno lo chiamò, né lo chiama, golpe – anche se forse ce ne sarebbe più di una ragione – come del resto per decenni nessuno ha chiamato “guerra” quella d’Algeria. Negli anni del mitterrandismo, il governo di sinistra ritagliò i collegi elettorali in base ai risultati di voto e modificò la legge elettorale in senso proporzionale per aiutare il Fronte Nazionale a rubare voti alla destra repubblicana.
Nel 1975, il governatore generale dell’Australia – cioè il rappresentante della monarchia del Regno Unito, nominato dalla regina Elisabetta II – destituì il premier laburista in carica, sostenuto da una maggioranza parlamentare, dando l’incarico al capo dell’opposizione conservatrice. Una decisione possibile in teoria, ma che in pratica suonò come una violazione grave delle consuetudini e del “contratto” politico.
Negli Stati Uniti, nel 2001, Al Gore decise di accettare il risultato elettorale, nonostante i pesantissimi dubbi su scorrettezze, errori e veri e propri brogli, riconoscendo la vittoria di George Bush junior.
In questi casi, l’opposizione non si è sollevata, non ha chiesto l’intervento dell’esercito, non ha minacciato di salire sull’Aventino (forse, anche per paura di quel “rigurgito di oscura violenza” di cui sopra, chissà). L’opposizione ha protestato, poi si è rimboccata le maniche e, presto o tardi, ha realizzato l’alternanza.
Il caso italiano è probabilmente diverso, non solo perché l’Italia ha conosciuto il fascismo e dunque in teoria dovrebbe essere costituzionalmente vaccinata contro la dittatura, come dirà qualcuno.
Negli anni 70 Enrico Berlinguer lanciò l’idea di un “compromesso storico” dopo aver riflettuto sulla vicenda del Cile, uno dei paesi più democratici e stabili dell’America Latina che fu però rovesciato da un golpe militar-fascista. Berlinguer aveva il timore che qualcosa del genere potesse succedere in Italia – dove la strategia della tensione” era cominciata già dalla fine degli anni 60 – e dunque immaginò un processo di riforme condivise, un quadro di sviluppo politico che portasse a collaborare i due grandi filoni politici della storia nazionale, la sinistra e il partito cattolico, per evitare rischi sudamericani.
Ma Berlinguer – che è morto nel 1983 – non avrebbe mai potuto immaginare di avere a che fare con un potere come quello di Silvio Berlusconi. Da anni l’Italia ha un leader politico che assomma non solo un potere economico e un’influenza mediatica enormi, ma che ha modificato numerose legge per sfuggire a quello che definisce un “complotto” della sinistra e della magistratura contro di lui. Lo ha fatto in modo lecito, da un punto di vista formale. Perché è la politica che fa le leggi, e non la magistratura.
Il “decreto interpretativo” della scorsa settimana va nella stessa identica direzione “culturale”, è figlia della stessa ideologia maggioritaria. E’ probabilmente legittimo (anche se a dirlo definitivamente sarà la Corte Costituzionale, quando in ogni caso sarà troppo tardi), ma è moralmente discutibile, perché giustifica non l’aggiramento costante delle regole, ma direttamente il cambiamento delle regole che possono essere d’ostacolo.
Tutto questo è fascismo? E’ dittatura? Se sì, come insistono a dire alcuni esponenti dell’opposizione (Angelo Bonelli, dei pur minoritari Verdi, ha detto: “La democrazia in Italia non esiste più. A questo punto dopo un atto di vera e propria pirateria istituzionale compiuto da fascisti al governo bisogna fermare le elezioni”), ma anche tanti “liberi cittadini” sul web, allora sarebbe normale, coerente, attendersi un qualche tipo di resistenza democratica, nonviolenta o meno che sia.
Ma se poi nei comportamenti abituali tutto continua come prima, c’è la campagna elettorale da condurre, la dichiarazione da fare al tg, o i normali problemi della vita normale di tutte le persone normali, militanti e simpatizzanti inclusi, i figli da andare a prendere a scuola, il lavoro, il mutuo, i parenti a cena, la palestra, la stanchezza e in fondo a tutto, poi, la delega a qualcuno, allora o questo fascismo è benevolo, o la democrazia è sempre più simile a un gruppo su Facebook, dove basta cliccare “mi piace”, oppure, in fondo, a vincere è quell’inconfessabile paura del “rigurgito oscuro”.
di Massimiliano Di Giorgio
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La possibilità che la scelta del governo di tornare al nucleare pesi in negativo per il centrodestra nelle elezioni regionali di fine marzo sembra avere più credito tra i politici che tra esperti di sondaggi e osservatori, anche se un sondaggista dice che una campagna elettorale più “all’americana”, più diretta, da parte del centrosinistra potrebbe spostare voti.
Dopo la legge dell’estate 2009 che sancisce il ritorno dell’Italia al nucleare, il 10 febbraio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che definisce i criteri per la scelta delle aree adatte alla localizzazione delle nuove centrali.
ll ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha detto che i primi lavori per i cantieri cominceranno nel 2013, con l’obiettivo di produrre energia elettrica dal 2020. Per il momento, però, non ci sono indicazioni ufficiali sui siti in cui potrebbero sorgere i nuovi impianti atomici.
Domenica scorsa l’Enel non ha voluto fare commenti su una lista diffusa dai verdi in cui vengono elencati alcuni siti in diverse regioni che sarebbero il frutto di un accordo tra Eenel e la francese Edf.
Ma se il governo Berlusconi è dichiaratamente nuclearista, i candidati presidenti regionali di Pdl e Lega sembrano molto più cauti, quando non direttamente ostili alla costruzione di centrali nelle loro regioni.
E’ il caso del ministro leghista delle Politiche Agricole, Luca Zaia, in corsa per la presidenza del Veneto, che dice di “non essere contrario al nucleare”, chiedendosi però “dove possano essere installati i siti nucleari in una regione come il Veneto”.
“Il Veneto ha già dato, per l’energia… Bisogna dirlo a tutte le regioni che invece non hanno fatto la loro parte”.
Ma il tema del nucleare conterà nella campagna elettorale? “Non lo so, non lo sa nessuno”.
Anche Filippo Penati, candidato del centrosinistra in Lombardia e contrario “ma non pregiudizialmente” al nucleare, dice di non sapere quanto può pesare la questione in campagna elettorale: “Non lo so, credo che il problema principale per i cittadini sia quello del lavoro, della crisi”.
IL RIMPROVERO DI SCAJOLA
Per un altro leghista, Roberto Cota, candidato dal centrodestra alla presidenza del Piemonte, quello del nucleare “avrà un peso come altre questioni”.
Cota dice di essere favorevole all’energia atomica, ma non si spinge fino a chiedere di costruire centrali in Piemonte “perché è una questione tecnica, non politica, dipende dalle necessità. Nel momento in cui si dovesse decidere, andrei a spiegare ai cittadini perché”.
Nei giorni scorsi, lo stesso Scajola, in un intervista al “Corriere della Sera” aveva criticato i candidati presidenti del centrodestra contrari al nucleare, almeno nelle loro regioni, dicendo che “stanno sbagliando”.
“Penso che un politico, a tutti i livelli, abbia il dovere di dire la verità ai cittadini, di approfondire gli argomenti, e con coraggio indicare il futuro. Anche in campagna elettorale”, ha detto il ministro.
“Allora Scajola cominci a mettere una bella centrale a Imperia, suo feudo elettorale”, è la risposta di Fabio Granata, deputato del Pdl vicino a Gianfranco Fini che ha votato contro la legge sul nucleare.
“Credo che verso alcune questioni che riguardano la qualità della vita nei territori l’attenzione delle persone sia fortissima, mentre talvolta essa viene sottovalutata per ragionamenti economici”.
Il parlamentare, che si dice non pregiudizialmente contrario al nucleare, ma vorrebbe quello di cosiddetta “quarta generazione” senza scorie – ancora allo studio – è convinto che la questione conterà, nel voto regionale di fine marzo.
“A livello parlamentare la cosa è passata in modo indolore, ora che bisogna passare all’applicazione si vedranno le spine. Gli italiani, sul piano teorico, saranno anche più favorevoli di prima sul ritorno al nucleare. Ma sul piano pratico, no. Quindi la questione del nucleare avrà un peso. Se un candidato presidente si dichiara favorevole alle centrali atomiche, rischia di perdere consensi”.
L’opinione pubblica italiana, spiega Roberto Weber, direttore dell’istituto di ricerca Swg, in passato era per due terzi contraria al nucleare. “Negli ultimi quattro o cinque anni è cominciata un’inversione forte. Continua a prevalere il no, ma con una differenza di 4-5 punti percentuali”.
FAVOREVOLI IN TEORIA, CONTRARI IN PRATICA
Weber cita il caso del Lazio, dove sia la leader radicale Emma Bonino, candidata presidente del centrosinistra, che la sindacalista Renata Polverini, in corsa per il centrodestra, hanno detto no al nucleare: “Il 50% circa degli intervistati rispondono di essere favorevoli in generale all’energia nucleare. Ma quando si parla di installare una centrale nel Lazio, i favorevoli calano al 28%”.Insomma, l’opinione dei cittadini-elettori cambia se la questione viene “strettamente correlata all’associazione del rischio per la loro vita”, e “le élite politiche rispecchiano in maniera sublime l’orientamento dell’opinione pubblica ‘crassa’”, dice Weber. Secondo cui, però, ” se il centrosinistra si focalizzasse con forza e modalità comunicative nordamericane sul tema delle centrali, mostrandone i pericoli, sposterebbe parecchio in termini di voto”.
“Noi cerchiamo di far pesare la questione – assicura Ermete Realacci, deputato Pd e presidente onorario di Legambiente – perché è esemplificativa del diverso rapporto con l’ambiente che hanno il Pdl e il Pd. Ed è chiaro che a destra c’è una forte sofferenza, viste le dichiarazioni dei candidati presidenti”.
“Non permetteremo che la questione delle centrali nucleare venga nascosta”, dice Realacci.
Per Nicola Piepoli, uno dei più noti esperti italiani di sondaggi, quello del nucleare è però un tema “scarsamente elettorale, perché è un argomento del ‘fare’. Durante le elezioni invece si parlerà del futuro generico, dei sogni”.
Secondo Piepoli, i candidati presidenti dovrebbero comunque evitare di toccare il tema del nucleare, perché “parlarne in ogni caso, che sia in bene o in male, danneggia”.
E comunque per il sondaggista, nucleare o meno, le prossime Regionali saranno favorevoli alla destra. Il Pdl e la Lega, prevede conserveranno Lombardia e Veneto, e potranno invece vincere in una delle sette regioni oggi incerte, mentre il centrosinistra conserverà Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche. “In ogni caso il centrosinistra perderà qualcosa, e non è un’anomalia, visto che in IItalia c’è una normale tendenza verso destra”.
“NON DURANTE IL MIO MANDATO”
“Per il momento il nucleare è un tema da giornali, più che popolare. Nell’agenda delle elezioni il nucleare non è ancora entrato”, dice Antonio Noto, direttore dell’istituto di ricerca Ipr Marketing, che elabora numerosi sondaggi per Repubblica.it.
“Il governo non ha stilato l’elenco dei siti, tutti i candidati del centrodestra stanno facendo in modo che l’argomento non influenzi la loro campagna. Per quanto il tema sia prioritario, si fa di tutto per tenere il tema delle centrali nucleari, e dei depositi delle scorie, fuori dall’agenda”.
Per Antonio Polito, direttore del quotidiano “Il Riformista”, il tema del nucleare “non avrà un gran peso elettorale, ma sullo stesso sviluppo delle centrali”-.
Per Polito, che è ospita regolarmente interventi a favore del nucleare, “la questione ormai non è più quella del Nimby (Not In My Back Yard, non nel mio cortile) da parte dei cittadini, favorevoli magari in teoria ma poi contrari alla costruzione di siti nella loro regione. Siamo passati al Nimto (Not In My Term of Office, Non durante il mio mandato di governo). Insomma, dire sì a un’opera pubblica è sempre più difficile che dire no. Spiegare è complicato ed è rischioso, si rischia di perdere”.