di Massimiliano Di Giorgio

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Novamag non è una rivista di politica, ma che parla anche di politica, a modo suo. Quindi è normale che ci interessino le primarie del Partito democratico. Che primarie non sarebbero neanche, a dire il vero.
Questo numero di Novamag è dunque una monografia, in cui trovate pezzi di analisi divertita e di serio cazzeggio, ma anche tre interventi a favore dei tre candidati, in ordine di voti raccolti nei congressi del Pd: Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino.

Non spetta a noi attribuire endorsement o dare pacche sulle spalle a qualcuno, che sia un candidato o un partito. Le primarie sono interessanti in generale per la politica italiana, visto che il Pd è il secondo partito in Parlamento e attorno a esso passa la possibilità di un’alternativa al governo di destra, che ciò avvenga attraverso elezioni o con qualche cambiamento di assetti politici in corso di legislatura, se Silvio Berlusconi si dovessere dimettere.

Prima scrivevo che quelle del 25 ottobre di regola non sarebbero neanche primarie, perché portano non a individuare un candidato alle elezioni – come fu nel caso di Romano Prodi per l’Unione e com’è abitudine negli Usa tra Democratici e Repubblicani – ma il segretario di un partito, che non sarà necessariamente il candidato premier di uno schieramento. Chi vuole andare a votare lo tenga presente.

E ancora. Se in teoria è vero che votare, anche spesso, non fa male alla democrazia ed è interessante l’idea di aprire di più il partito agli elettori, c’è il rischio che per il Pd queste Primarie “interne” possano rappresentare un boomerang.

Come scrive qui Maurizio Belfiore, è possibile che tra elettori e simpatizzanti – e “curiosi” – prevalga la delusione, e che vadano a votare in pochi o comunque molti meno che nel 2007.

C’è poi da tenere conto del fatto che il Pd, nei mesi in cui organizza il congresso e le primarie, sembra spesso andare in tilt organizzativo e politico. Le primarie diventano una specie di realtà virtuale che sostituisce (in parte, almeno) quella materiale e quotidiana, i candidati si attaccano a suon di comunicati e manifesti, si organizzano centinaia di riunioni, si spendono soldi ed energie.

Il rischio, dunque, è che le primarie, così come sono, risultino controproducenti per l’attività del partito, ripiegato troppo su stesso e con troppe voci che si esprimono in modo dissonante per troppo tempo.

Ricordate la storia del dito e della Luna? Il rischio è il dito siano le primarie, la Luna l’altro schieramento politico, nell’Italia più o meno bipolare.

di Corrado Morricone

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L’istinto consiglia, a ogni buon simpatizzante del Pdl, di rispolverare il buon vecchio motto Me ne frego di fronte alle primarie del Partito democratico. O, almeno, credo che sia così, visto che la scena politica di questo paese è ormai dominata, per vari motivi, da un solo partito, quello di Berlusconi, e dai suoi più perfidi nemici (Di Pietro, Santoro, secondo alcuni Fini). Il Pd è ridotto alla parte del fantoccio destinato inevitabilmente a malefìci e punzecchiature.

Detto questo, poiché di questo paese più o meno ci frega, e poiché in politica (soprattutto in quella italiana) nulla dura per sempre, allora è bene interessarsi anche di questo Pd.

Visto da destra, dove vige la monarchia assoluta e se qualcuno si azzarda a chiedere almeno qualche consultazione allargata (Fini e i suoi) passa per eversivo, questo sistema di primarie sembra veramente folle. Ad esempio, per me non ha senso che si proceda all’elezione di un’assemblea e alla scelta dei candidati da parte degli iscritti, poi l’elezione del segretario da parte di tutti (anche da parte mia, ad esempio), e infine, se nessuno passa la soglia del 50%, la convocazione di una nuova assemblea (in base alle percentuali delle primarie). Pura follia.

A ’sto punto, meglio il leader carismatico rispetto alle idee strampalate piddine: in altre parole, passare dai plebisciti prodiani e veltroniani al caos attuale non è un esercizio di democrazia, ma di psicanalisi. Certo, tre anni fa qualcuno propose le primarie anche per il centrodestra e andò tutto in cantina nel giro di due giorni per poi avere quei bei gazebo in giro per l’Italia e frequentate chissà da chi, ma amen.

Passando ai candidati, dico chiaro e tondo che a me piace Ignazio Marino, ma voterei Pier Luigi Bersani. Marino è diventato il candidato chic, il professorino tornato dall’estero che è amato dai circoli stranieri, quelli web, e quelli del centro di Milano. A Ragusa, a Potenza, ma anche a Velletri e a Roncobilaccio, chi lo vota?

La sua performance alla convenzione nazionle – perdonate il termine che sto per usare – è stata veramente stracciapalle: leggeva il temino preparato così come un bimbo di terza elementare recita la poesia trovata sul sussidiario. Bene la laicità (qualcuno direbbe che sono finiano, mah), bene i diritti civili e l’autodeterminazione della persona, ma – mi scusi professore – la politica è un’altra cosa. Tanto per darle un modello, Bersani.

Bersani, innanzitutto, guarda alla ciccia e non al gossip. In secondo luogo, è appoggiato da Massimo D’Alema, di volta in volta amato o odiato dalla destra e dal suo popolo. In terzo luogo, è comunista, quindi è lo stereotipo del nemico (ok, non è comunista, ma ha quell’accento lì, viene da quel partito lì, parla come quella gente lì).

Per quel che mi riguarda, apprezzo l’idea liberalizzatrice che Bersani ha cercato di portare avanti durante il secondo governo Prodi, e allo stesso tempo dubito che questa opinione sia anche quella dei tanti elettori del Pdl appartenenti a categorie protette quali quelle dei tassisti, degli avvocati, dei notai, eccetera. Detesto, invece, la volontà di importare la socialdemocrazia in un paese già abbondantemente socialista qual è l’Italia.

Dario Franceschini, piuttosto, è il solito, odioso, saputello, cristiano democratico che si è buttato a sinistra dopo una lunga militanza dc, e che dopo decenni di grigiore è riuscito a spuntare fuori dal mucchio. Una specie di Follini de sinistra, insomma, solo con maggior loquacità e col pregio di essere stato vicedisastro e postdisastro in soli due anni. Allo stesso tempo, rappresenta il nuovismo, l’allenza con Di Pietro, l’adinolfismo, Rosy Bindi. Potrei mai tifare per lui? La risposta è ovvia: no.

La curiosità, a lasciar perdere la foga della propria appartenenza politica, è vedere se e come il Pd e il suo nuovo segretario usciranno dalle sabbie mobili. Alla bocciatura del ddl Concia pochi si sono azzardati a riflettere sull’inadeguatezza del Pdl di fronte ai temi della modernità, ma è scattata la caccia al Pd per via del caso Binetti (e non sto parlando del Tg4, bensì del taglio e dei titoli delle notizie uscite ovunque dieci minuti dopo il fatto); consiglio spensierato al nuovo compagno in capo è quello di iniziare ad evitare autogol simili.

Altro consiglio è quello di iniziare ad evitare di dire no a qualsiasi proposta berlusconiana: come ha scritto recentemente Giuliano Ferrara sul Foglio, Bersani potrebbe essere un buon segretario anche perché, probabilmente, sarebbe disposto a mettere mano al sistema delle immunità nel nostro paese. Franceschini, su qualsiasi grande tema (giustizia, federalismo – quello vero – e riforme, politica estera, pensioni eccetera), si arroccherebbe come ha fatto il centrosinistra degli ultimi otto anni, rincorrendo i soliti moralisti e oppositori ad oltranza in stile Di Pietro e dimostrandosi quello che è: uno bravo ad ottenere gli applausi dei militanti da scrivania o dei votanti svogliati solo grazie a qualche strillo alzato qua e là.

E, come si è visto nell’ultimo anno, un segretario del Pd così non conviene certo al partito stesso, al paese, e nemmeno a chi oggi governa.

di Maurizio Belfiore

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L’asticella delle primarie è fissata a 3 milioni e mezzo di voti: 3.513.370 per l’esattezza.
Tale è il record – in verità l’unico – raggiunto il 16 ottobre 2007 per l’elezione di Walter Veltroni a primo segretario del Pd. Due anni fa furono davvero tante le persone che affollarono i gazebo e i seggi delle primarie democratiche, un numero superiore alle aspettative degli stessi dirigenti del partito dovuto probabilmente alla novità dello strumento che – con una grande consultazione popolare e democratica – apriva le porte della politica ad un’esperienza collettiva diretta.

In realtà, le prime primarie in Italia si svolsero il 16 ottobre 2005 per scegliere il candidato premier Romano Prodi, ma fu un’esperienza “spuria”, di coalizione e non per l’elezione diretta di un segretario politico che richiamò comunque al voto 4 milioni e 300 mila elettori di centrosinistra.

Nel 2007 non ci fu storia. Veltroni vinse con il 75.8% (ben 2 milioni e 600 mila voti) su Rosy Bindi (12.8%) ed Enrico Letta (11.07%).
Oggi – o meglio, il prossimo 25 ottobre – la situazione è ben diversa e vede Pier Luigi Bersani partire in vantaggio ma non stravincere su Dario Franceschini (55.1% contro il 36.9%), mentre Ignazio Marino è al 7.9%.
Numeri ben definiti, ma che non danno nulla per scontato, anche perché un forte voto d’opinione potrebbe portare Marino a un risultato a due cifre che, quindi, renderebbe difficile agli altri due candidati il superamento del fatidico 50% necessario per evitare l’ulteriore voto della Convenzione.
O aprire le trattative per un eventuale “lodo Scalari”, cioè il riconoscimento immediato da parte di tutti dell’elezione a segretario di colui che ha comunque preso più voti.

Ma ciò che incombe sulle primarie 2009 è innanzitutto l’asticella dell’affluenza il cui raggiungimento potrebbe essere stato messo a rischio dalla conflittualità interna tra i candidati.
Una delle richieste di sempre del popolo del Pd è stata, infatti, quella della tanto invocata “unità” dei dirigenti che nella fase congressuale si è invece via via trasformata da un naturale antagonismo in un’insana conflittualità. Un elemento che potrebbe aver disturbato il popolo delle primarie spingendolo a disertare le urne.

Il confronto televisivo tra i tre candidati (conclusosi con un comune appello ad andare a votare) si è svolto senza particolari asprezze, al contrario di quanto era avvenuto nei giorni precedenti nel corso dei quali le bordate non avevano mancato di essere ad alzo zero.
Ad infiammare lo scontro – già sufficientemente acceso – probabilmente era stato quanto detto il 29 settembre da Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, che aveva annunciato una sorta di commissariamento di Franceschini (“da qui alle Primarie serve una direzione collegiale del partito”) visto che i numeri dei congressi nei circoli lo davano al di sotto di Bersani di parecchi punti.

Da lì in avanti si è scatenato un tiro incrociato quotidiano a suon di dichiarazioni al quale nessuno si è sottratto. Dai capitani agli scudieri, tutti ferratissimi a fare le pulci alle virgole degli altri candidati.

Un clima infuocato capace di appassionare gli elettori che affolleranno i seggi per schierarsi con l’uno o con l’altro? Alzare il livello dello scontro è stata una delle più studiate ed efficaci strategie di Berlusconi nel corso delle varie campagne elettorali così da “polarizzare” i votanti e spingerli a schierarsi.
Un’istigazione al “o con me o contro di me” discutibile, ma motivato dall’esistenza di due fronti politici contrapposti.
Ma cosa succede se questo imbarbarimento avviene all’interno di un partito nel quale poi tutti gli iscritti ed elettori si dovrebbero riconoscere e ritrovare?

Uno stop a questa tendenza è stato dato dal dibattito televisivo tra i candidati che si è trasformato in un evento politico-mediatico unico: nessun partito aveva mai aperto a tal punto il processo democratico interno per l’elezione del proprio segretario. Un passaggio storico, un precedente che segnerà la differenza nel futuro e con il quale anche il centrodestra dovrà necessariamente fare i conti.

E mentre il popolo delle primarie si appresta a recarsi alle urne, resta il dubbio che una contrapposizione così accesa possa non aiutare la spinta emotiva verso il voto e che, quindi, l’asticella dei 3 milioni e mezzo resti lontana. Con l’ulteriore incognita del numero delle possibili schede bianche.
Sarebbe un altro severo segnale degli elettori del centrosinistra ai dirigenti del Pd.


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