di Francesco Acone

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Mi sono imbarcato a Durazzo in una notte placida, col mare fermo, quasi immobile, su di una nave battente bandiera italiana e il rito della partenza l’ho consumato con tutti sul ponte di poppa: entra l’ultima auto, i marinai mollano gli ormeggi, la nave si chiude con un rumore sinistro, e parte. Tutti fumiamo, ed osserviamo le luci sulla terraferma, sempre più piccole e lontane, e le persone rimaste a terra che sembrano formichine impazzite e impegnate.

A bordo tre marchigiani mi parlano del prezzo della alici. Qualche nostro militare gironzola con fare autoritario e vanitoso e il mare, man mano che ci allontaniamo, si fa sempre più nero. In viaggio la luna disegna una lunga giabbigiana, una scimitarra ricurva e lucente. Un segno, o un confine disegnato in mezzo al nulla, che ci segue nella notte. Forse è l’anima tormentata di Martin Eden che ci accompagna o lo spirito di Zheng He che cinquecento anni fa salpò dalla Cina con mandato imperiale per esplorare in lungo e largo l’Occidente.

Dopo la solita cena vado in sala poltrone di cui, di fatto, sono diventato meritoriamente il custode. Un nume tutelare direi. Spengo il televisore quando tutti si sono addormentati, tento, invano, di zittire le contadine che parleranno tutta la notte, e osservo, apprendo. Dai compagni di viaggio albanesi, ad esempio, imparo l’arte di creare un letto dal nulla o quasi. La ricetta è questa. Si sradicano tre sedili dalle rispettive poltrone e si pongono con cura per terra, in fila sulla moquette, poi si estrae il salvagente da quel che rimane di una delle poltrone e lo si pone all’apice dei sedili divelti. Il salvagente è il cuscino, i tre sedili il materasso. Semplice.

Il personale della nave conosce questi riti propiziatori del sonno e tenta di reprimerli. Per questo verso le due di notte fa capolino nella “sala-poltrone-divelte” il marinaio che ha il turno. Cerca di redarguire i passeggeri ‘materassati’ ma è inutile: c’è chi dorme, chi fa finta di dormire, e chi dice, come di regola, “li ho trovati già così”. Il ‘baffone’ di Torre del Greco, confezionato nella sua divisa bianca, mi da una occhiata come per cercare un po’ di solidarietà paziente, poi se ne va.

E’ notte fonda ma il sonno, evidentemente, l’ho lasciato in Albania. Esco fuori, sul ponte, è caldo e si può stare. Divoro un libro di Mafuz. Mi vien voglia di tornare al Cairo per gustarmi il tramonto dalle sponde del Nilo. In nave di notte, senza sonno, il tempo sembra non passare mai. Ma si ricorda qualcosa del viaggio, si affinano i pensieri, rinunciando così all’impersonalità degli aeroporti tutti uguali a se stessi e all’atemporalità degli aerei che mangiano le distanze e le differenze.

L’Oriente lascia questa leggera malinconia quando lo abbandoni” – penso – e subito dopo sorrido autoironico: mi sembra di aver letto troppo Terzani, quasi fossi vittima di un suo plagio post-mortem, un rapporto di causa ed effetto, come nei sogni sfavillanti e fantasiosi che puntuali mi sovvengono solo se dormo nel pomeriggio dopo una abbondante mangiata. La lettura di “Canto di nozze” finisce verso le quattro, passo quindi all’ultimo libro di Hosseini e con l’immaginazione e le suggestioni del testo ‘volo’ in Afghanistan dove rimarrò fino alle cinque quando inizia ad albeggiare. Una atmosfera brunetta si diffonde sull’orizzonte del mare, il cielo si tinge di un languido giallo, mentre in alto è ancora buio. Guardo verso la Puglia ed è ancora notte. E’ ora di andare a dormire. Sono le cinque e mezza. E l’alba non mi dice un granchè.

Mi godo un sonno profondo di un ora e mezza ed alle sette vengo svegliato dal viavai della sala poltrone. Sono distonico evidentemente, il mondo attorno a me è governato da altri orari. Così alle sette del mattino, i passeggeri si fiondano al bar ed anche io, con una certa indolenza però, mi unisco al gregge non senza essere andato prima in bagno per rinfrescarmi. Gli albanesi devono avere un sistema autopulente e magari fanno la pipì dal ponte direttamente in mare. I bagni, infatti, sono lindi più o meno come la sera prima. Vuoti e senza il segno del passaggio di essere umano. Meglio così.

Dopo le ‘abluzioni’ entro al bar, ordino cornetto e caffè, mi siedo per consumare e seguire il tgcom in tv. Questa è la ricetta del mattino. Dal microfono si ascolta un tentativo comico ma generoso di parlare in albanese. Il marinaio napoletano multilingue se la cava meglio col tedesco perché ha lavorato in Germania, mentre il tentativo di parlare in scipetaro è encomiabile ma se parlasse in dialetto napoletano forse gli albanesi lo capirebbero meglio. Ma riderebbero di meno.

Un kossovaro si offre di versarmi lo zucchero nel secondo caffè. Ringrazio per la gentilezza, bevo, e per una frazione di secondo immagino di chiamarmi Sindona. La gente si affolla verso l’uscita. Gli italiani sono ansiosi, gli albanesi si muovono più lentamente. Non stiamo sbarcando a Durazzo, non c’è fretta, tranne per chi deve raggiungere immediatamente il lavoro. Bari è illuminata dal sole, piatta e pigra, immersa nella calura estiva. La pilotina si allontana, la nave attracca e apre il suo ventre.
Siamo in Occidente.

[Questo  articolo è stato pubblicato originariamente il 25 luglio 2007]