Sbarca il 14 ottobre in libreria, edito da Marsilio, il fumettone “United We Stand” di Simone Sarasso e Daniele Rudoni, già uscito a puntate per quasi due anni attraverso il sito Lulu.
UWS racconta — coi disegni di Rudoni, illustratore della Marvel, e i testi di Sarasso, autore del recente Settanta, e amico di Novamag — la storia di un golpe italiano nel 2013, sullo sfondo di una possibile terza guerra mondiale tra Usa e Cina.
Tra cinque anni, prevede UWS, il governo di destra guidato da Silvio Berlusconi — o da qualcuno che vi somiglia moltissimo… — perde le elezioni. A vincere, è la sinistra guidata da una donna. No, non Anna Finocchiaro o Rosy Bindi, ma la sconosciuta Stella Ferrari.
Un minuto dopo la vittoria, arriva il colpo di Stato condotto da un gruppo paramilitare, Ultor, che ricorda la “vecchia” Gladio, ovvero la rete militare clandestina filoamericana che avrebbe dovuto combattere i comunisti in Italia in caso di un golpe di sinistra. E che secondo alcuni magistrati sarebbe stata un vero gruppo eversivo di destra collegata ai servizi segreti Usa.
Il racconto di UWS si sviluppa su due diversi piani temporali. Una parte è ambientata infatti nel 1969, anno dell’attentato di piazza Fontana a Milano e dell’inizio della cosiddetta “strategia della tensione” che in Italia provocò diverse decine, se non centinaia, di vittime fino agli ani 80.
L’altro piano narrativo descrive invece la resistenza alla futura dittatura.
Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.
Welcome in Rimini è una delle canzoni che compongono l’album di Simone Sarasso & Ilmionomenonhaimportanza “United We Stand – Terra di Nessuno”, traduzione sonora di un racconto del giovane scrittore piemontese inserito nell’antologia di fantascienza “Voi non ci sarete” pubblicato dall’editore Agenzia X.
L’album si può scaricare gratuitamente da Jamendo.com, sito di musica in licenza Creative Commons
Prima di dare corso a questa intervista a Simone Sarasso, devo autodenunciarmi: sono un suo fan. Mi è piaciuto un sacco il suo primo romanzo “Confine di Stato”, ho apprezzato il breve “Turkemar”, seguo il fumetto United We Stand che sta pubblicando col disegnatore Daniele Rudoni e anche il suo blog (che peraltro aderisce al Novamag Social Club). E ora anche io sto aspettando l’uscita, il 20 maggio, di Settanta, il secondo volume della sua “trilogia sporca” sulla storia dell’Italia Repubblicana, che uscirà da Marsilio e conterà, dice Simone, la bellezza di 680 pagine.
Settanta, ha spiegato S.S. in uno scambio di messaggi che abbiamo avuto nei giorni scorsi via Facebook ed email, “indaga le trame oscure e i misteri italiani dal golpe Borghese alla bomba di Bologna. E c’è tutto, ma proprio tutto: Piazza della Loggia, l’Italicus, la rivolta di Reggio, le BR.
Zero sui personaggi, quelli devono essere una sorpresa. Si può dire solo che ci sono quelli di ‘Confine di Stato’ e che nel novero dei protagonisti ci sono due icone dei Seventies”.
Il terzo volume, che per il momento è solo, e in modo approssimativo, nella testa dell’autore, arriverà a tracciare la storia italiana più o meno alla fine della cosiddetta “Prima Repubblica”.
Guardando anche la serie United We Stand, l’impressione è che ti ossessioni la storia della Repubblica, passata o futura. E’ così?
Be’, direi proprio di sì. Vorrei scavare a fondo nel nero della Repubblica, anche se so che difficilmente troverò dei tesori.
Pur tenendo conto che sei un romanziere e non uno storico, a quale materiale attingi per i tuoi libri, per esempio per “Settanta”? Dove ti sei documentato?
Io lavoro parecchio con la rete. In genere, se mi interessa un particolare argomento, mi informo in internet su quale siano i migliori saggi che lo trattano. Li studio e poi approfondisco con ricerche online quello che ho appreso dai libri. Nel frattempo rubo bibliografie da ogni testo e ripeto l’esperimento esponenzialmente. Di solito è molto lungo il lavoro di documentazione. Quello per “Settanta” è durato quasi un anno.
Puoi spiegarci che roba è secondo te la New Italian Epic? Non è che è una di quelle correnti letterarie che appena nate già si sciolgono, coi componenti che prendono le distanze? A leggerne su alcuni giornali e siti che ne parlano in questi mesi, si ha l’idea di una disputa accademica…
Il saggio sul NIE di Wu Ming 1 non a caso ha un sottotitolo che recita “Memorandum 1993-2008″. Questo significa che non si tratta di un manifesto programmatico di una nascente corrente letteraria, quanto piuttosto di un’analisi su quindici anni di libri che in qualche modo sono imparentati. Nel saggio vengono rintracciate alcune caratteristiche che le opere NIE condividono. Tra queste, quella che sicuramente mi è più cara è il ritorno a una narrazione “seria” dopo le strizzatine d’occhio, gli ammiccamenti e l’ironia postmoderna dei Novanta.
Premesso tutto questo, non credo che il New Italian Epic nasca e muoia nell’analisi di Wu Ming.
Sicuramente il memorandum ha illuminato la via a molti, ha fatto venire un sacco di dubbi a altri.
Questo ha generato il dibattito.
Da qui in poi si scriveranno senz’altro opere ascrivibili alla nebulosa delineata nel saggio. E forse, per fare il punto un’altra volta, non bisognerà far passare altri quindici anni.
Quanto entra la politica in quello che scrivi? Intendo la tua visione politica. Quanto è fonte d’ispirazione. Per un po’ di noiristi, soprattutto francesi, il noir sembra un po’ la continuazione della politica – e/o della critica sociale – con altri mezzi. E’ così anche per te?
Quasi tutto ciò che scrivo è fortemente politico. Sono un uomo di sinistra, potentemente critico verso le classi dirigenti della Prima Repubblica e non ho paura che questo traspaia dai miei testi. Credo che la letteratura non possa sostituirsi alla militanza, ma può essere senza dubbio una forma di resistenza.
E il foto romanzo Ruby Soho? Un divertimento estemporaneo?
Una promessa fatta molti anni fa che a rilento io e i miei soci stiamo cercando di mantenere.
E un’ottima occasione di cazzeggio sfrenato.
Tu sei un autore cartaceo, ma anche digitale, come dimostra la scelta di vendere UWS attraverso Lulu.com. E’ una scelta che pensi di mantenere? O consideri il digitale – e l’online – qualcosa che va bene per fare blog, vender fumetti ma non per la letteratura?
Un editore a diffusione nazionale arriva là dove la rete non può arrivare, e soprattutto può vendere un prodotto a un prezzo infinitamente inferiore a quello di un printer on demand. Per fare un esempio concreto: in ottobre la serie di UWS uscirà in volume per Marsilio. Non ho la benché minima idea, attualmente, del prezzo di copertina che avrà il volume, ma sicuramente costerà molto meno dell’ammontare che il webnauta, oggi, deve sborsare per aggiudicarsi i sei numeri dell’opera. Internet non è un cattivo mezzo per quanto riguarda la diffusione delle idee, ma la carta resta ancora un passo avanti. Chissà, tra dieci anni magari sarà tutto diverso.
Pensi che la letteratura di genere – giallo-noir, epic, fantascienza – italiana possa diventare popolare, anche in termini i vendite? O lo è già?
Il giallo e il nero lo sono già. E credo che sia un bene quando qualità letteraria, prezzi contenuti e genere si combinano. È così che si arriva alla gente. Penso alla storica collana “Segretissimo”, la punta di diamante della produzione da edicola Mondadori. Decine di migliaia di copie ogni mese. E, con particolare riferimento agli autori italiani (ho in mente Stefano Di Marino su tutti), grande qualità. Se non è un successo popolare questo…
Dicci i tuoi autori italiani preferiti del momento. Però abbi coraggio e dicci anche quelli che non ti piacciono per niente.
I miei preferiti, attualmente, sono Giuseppe Genna (che continua a essere, per il sottoscritto, un inarrivabile maestro), Alessandro Bertante (che ha scritto un capolavoro – Al diavul – e che spero sforni presto un’altra perla del genere) e Patrick Fogli (il suo Il tempo infranto è il miglior testo esistente sulla strage di Bologna).
Italiani che non mi piacciono te li direi volentieri, ma non mi capita da un sacco di tempo di leggere un libro scritto da un italiano che non mi sia proprio piaciuto. Controindicazioni del mestiere: sai prima cosa esce e leggi solo quello che sei sicuro ti piacerà.
Se ti accontenti, ti butto sul piatto qualche straniero: il libro di Kunkel (Indecision) è fermo da anni ma non credo lo finirò mai. Virando sul genere, invece, posso confidarti senza tema alcuna che non mi sono mai piaciuti i cloni di Fleming, come John Gardner, Jeffrey Caine o Bruce Feirstein.
A che altri progetti stai lavorando, o cosa hai in mente?
Un romanzo storico, una spy-story tutta sangue e piombo, un paio di libri apocalittici.
Infine (anche se magari mi viene in mente altro), ami definirti “professional writer”. Ma ci riesci a campare veramente con la letteratura? O è una ambizione? E che ti vedi fare tra una decina di anni, quando a 40 anni dovresti essere un “maturo autore”?
Al momento la letteratura (e l’indotto, che vuol dire sceneggiature, giornali, conferenze, racconti) è il mio reddito principale, quindi sì: ci potrei campare e mantenere la famiglia. Certo, il lavoro di insegnante dà quell’iniezione mensile di buon umore aggiuntivo che non guasta mai.
Tra dieci anni mi vedo alla stessa scrivania, dal mattino alla sera, con un nugolo di bambini scorrazzanti e urlanti tra i piedi. Mi immagino le pause di scrittura (che al momento mi servono per lavorare a scuola) trascorse a preparare merende o a cambiare pannolini.