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Continuiamo, o meglio continuate, a raccontare la Pantera, il movimento degli studenti – soprattutto universitari – del 1990. Oggi tocca a Massimiliano Cacciotti.

C’era la facoltà di Lettere, Università La Sapienza di Roma e io, svogliato studente fuori corso, con velleità artitico-intellettuali, a ciondolare per quelle aule.

C’erano gli studi di VideoUno, tv romana d’antan, a Monteverde, nei cui corridoi girava ancora il buon Maurizio Mannoni e noi, ragazzi di belle speranze, a sfornare trasmissioni underground, guidati da un allora ignoto Enrico Lucci, già leader grazie alla sua aria da imbecille, capace di spiazzarti e stenderti mentre eri ancora lì a chiederti se ci fa o c’è. Zero in condotta, s’intitolava la nostra rubrica, andava in onda ogni settimana per parlare di “noiggiovani”.

C’era la voglia di partire per Berlino, che in quel momento pareva ombellico del mondo: un muro da sgretolare a poco a poco e tante certezze che andavano in fumo, come presto avrebbero fatto i vecchi atlanti De Agostini con due Germanie e una sola URSS.

C’era la Storia, quella con la maiuscola, che ci passava vicino e io, per la prima volta, che me ne rendevo conto.

Però per me c’era soprattutto Lei (d’altronde il riflusso dava già da un decennio la priorità al privato).

Lei era il volto meraviglioso di Betta, Lei era il suo perfetto corpo unoeottanta, Lei era quella sua aria post-freak da “Age of Aquarius”, che l’epoca aveva costretto a riciclarsi in modella edonista, in essere insostenibilmente leggero, che utilizzavo per le mie paturnie artistiche da fotografo semi-professionista.
Lei era la promessa di felicità. Lei era tutto questo e molto altro ancora, anche se qualcosa, ormai, aveva smesso di funzionare. La magia sbiadita, il rapporto stanco, sembravano annunciare l’imminente arrivo della nostra Bolognina: un cambio di rotta, una separazione annunciata eppure traumatica, malinconica, col contorno di qualche lacrima.

Intanto, nell’overdose di eventi epocali a cui giornali e tv ci stavano sottoponendo da mesi, come una boccata d’aria, quasi fosse un pezzo di poesia fra tante pagine di prosa, era apparsa quell’incongrua pantera avvistata dalle parti del Raccordo Anulare, presenza inquietante e terribile, nata come trafiletto in cronaca, presto promossa in prima, con tanto di foto e firme di spicco, affascinante e un po’ ridicola, com’è sempre ogni leggenda metropolitana.
“Pare sia passata anche dalle parti di casa tua”, dissi. “Ma tu ci credi davvero a ‘sta pantera?”, mi fece Betta un po’ scettica. “Forse no, ma sarebbe bello crederci”.
Non sapevo ancora che in quella risposta, buttata lì alla svelta, tanto per chiudere l’argomento, ci fosse dentro una filosofia di vita, il racconto sintetico di una generazione.

C’era fermento, a Lettere. Anche se frequentavo poco, non potevo non accorgermene. E poi in redazione, a VideoUno, stavamo decidendo il da farsi, il chicomequando dovesse seguire l’argomento.
Enrico giocava un doppio ruolo: lui era in ogni assemblea, occupante occupatissimo, ma anche in tutti i servizi della nostra trasmissione, indubbiamente il più talentuoso, pure se ci guardavamo bene dall’ammetterlo. Io, invece, mi sentivo anche allora, come sempre, troppo artista e troppo filosofo per sporcarmi le mani, fino in fondo, con la politica o con la tv. Per quell’occupazione, certo, simpatizzavo, ma da osservatore esterno, che continuava ad occuparsi solo di mostre e di spettacoli.
“Le vere rivoluzioni si fanno con la cultura”, ho sempre detto per giustificarmi e, in fondo, non avevo neanche tutti i torti.
Certo, però, la verità vera è che sapevo di poter perdere Betta e ogni minuto in più con lei era per me prezioso. Se quindi l’alternativa era fra un aperitivo a due e un’assemblea ala Sapienza, il dubbio neanche si poneva. E mentre, via fax, il tam tam rimbalzava da una facoltà all’altra, in ogni angolo d’Italia, mentre il nome “Pantera” era ormai apparso anche in tv, non solo a indicare quel felino misterioso avvistato a Roma, ma anche i tanti inafferrabili ragazzi che soggiornavano stabilmente nelle Università, è vero sì che io non mi perdevo un laboratorio di pittura o di scrittura creativa, di quelli autogestiti organizzati in facoltà, che ammiravo estasiato i murales un po’ ingenui dipinti sui muri di Lettere e Filosofia, che ballavo i ritmi etnici e ska delle feste serali organizzate dagli studenti.
Ma alle assemblee e ai dibattiti mai, per nessuna ragione al mondo.

Fu così che invitai anche Betta quella sera, alla festa afro, tra i fiumi di birra e la puzza di fumo che accompagnava sempre ogni occupazione. Lei era bellissima: più unoeottanta ed “Age of Aquarius” di quanto l’avessi mai immaginata. E, nel corpo pulsante di quella “Pantera”, il nostro fu un bacio indimenticabile e dolcissimo, interminabile. Era anche il nostro canto del cigno, ma ancora non lo sapevamo, perché quella sera Lei per me era l’eterna felicità, che mi pareva aprirsi all’orizzonte. Era l’inversione di rotta. Era il rendersi concreto di una promessa sempre rimandata al futuro. Era la fine delle ideologie e l’inizio del paradiso in terra. Era la fantasia al potere. Era la “Pantera”.

Poi, il fuoco di paglia cominciò rapidamente a spegnersi. Le occupazioni finirono, sgombrate insieme alle feste afro. Anche VideoUno, di lì a poco, avrebbe perso appeal e cambiato nome, come il suo partito di riferimento. La nostra rubrica chiuse. Di Betta per un po’ non seppi nulla, tranne che (a suo dire) aveva trovato un altro, come scrisse in quel suo fax.

Nell’estate del ’90, mentre Schillaci infiammava lo stivale, io barcollavo triste, conscio della fine di un epoca, cui la testa di Caniggia e i rigori ancora una volta sbagliati, negarono anche un possibile contentino.

La rividi solo diversi anni dopo. Mannoni era da tempo a RaiTre. Lucci irrorava ironia e cazzate da bravo giornalista post-moderno. Lei, invece, era sempre quella “Age of Aquarius” di una volta, appena un po’ invecchiata, ma ancora bellissima. “Ma come si fa a votare uno come Berlusconi?”, mi chiese, fra tanti discorsi, quella sera. Facemmo di nuovo l’amore, prima di perderci ancora al sorgere del sole.

Passarono altri anni di silenzio. Un pomeriggio del nuovo millennio, a Piazza del Popolo, il suo ampio vestito a fiori fu l’unico segnale che mi ricordò la sua bellezza di un tempo: “Vivo in campagna come avevo sognato e, ti assicuro, è un’enorme rottura di palle”.
Il suo sguardo era triste, perso, un’immagine fuori tempo e fuori luogo, una “Baby Jane” sfiorita, soffocata da troppa infelicità. Sparì di nuovo alla mia vista, imboccando il corridoio del metrò. Non ne seppi più nulla.

Betta resta per me un’immagine irreale e lontana, una promessa incompiuta, un sol dell’avvenire dietro le spalle, proprio come quell’epoca di sogni e delusioni, come quella pantera, promessa e minaccia mai concreta e mai svanita, apparsa e poi scomparsa tra le campagne romane, quasi fosse una figura mitologica, che ha smesso da tempo di essere cronaca, che non è mai riuscita a diventare storia, ma che forse per questo è già letteratura.
Proprio come tutto quello che vi ho detto, così terribilmente vero, fin nei dettagli, così autentico, inutile, banalmente mio, eppure al tempo stesso irreale, leggendario, utopico. Perché così sono i sogni. Così sono le Pantere. Ti azzannano, ti baciano, spariscono, sfioriscono e non saprai mai perché.

Massimiliano Cacciotti

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Dopo il racconto di Checchino Antonini sul suo ’90, l’anno della Pantera, oggi pubblichiamo la lettera che ci ha inviato Antonella sui suoi ricordi di quell’anno di rivolta studentesca.
Scriveteci [attraverso il form o con una email a redazione@novamag.it] delle vostre esperienze o inviate foto, filmati e suoni di 20 anni fa.

Per oggi, intanto, vi segnaliamo a Roma (dalle 17 alla Facoltà di Psicologia della Sapienza di Roma – Via dei Marsi, a San Lorenzo) la presentazione del libro di Nando Simeone “Gli studenti della Pantera” (Edizioni Alegre, 192 pag., 14,00 euro).

Alla tavola rotonda, coordinata da Checchino, parteciperanno , oltre all’autore, Carmelo Albanese (autore del Film “Un’onda chiamata Pantera”), Leonardo Celi (regista), Tano D’amico (Fotografo), Flavia D’Angeli (insegnante), Anubi D’Avossa Lussurgiu (giornalista), Fabio Ferri (pubblicitario, ideatore del simbolo della Pantera), Militant A (cantante), Giorgio Sestili (Coordinamento Collettivi Universitari La Sapienza), Daniela Vecchio (Collettivo Psicologia La Sapienza), Daniele Vicari (regista), Laura Volpini (ricercatrice)

Era quasi ghiaccio lo zampillio della fontana di Piazza Esedra, in quel tardo pomeriggio di gennaio, quando comparve sul portone di Magistero lo striscione che dichiarava e pubblicava l’occupazione dell’edificio da parte del movimento della Pantera!!! Yeahhhh!

Poi fu tutto bello!!! La cucina, i films, gli amori, i sacchi a pelo, le nicchie scoperte e occupate… Io e Lorena abbiamo abitato da quel pomeriggio freddo di gennaio fino ai primi di aprile, sulla mansarda in fondo al corridoio del primo piano della facoltà. La mattina mentre le ossa scricchiolavano dentro al sacco a pelo, aprivamo la finestra sull’ampiezza del corridoio. Magica visione, di una composta anarchia.

Dormivamo, parlavamo, cantavamo, sognavamo al ruggito della Pantera, danzavamo. Belli eravamo, nella dimensione della T.A.Z. (zone temporaneamente autonome), dimensione molto amata e caldeggiata dal mitico Hakim Bey.

Sotto l’effige della sovrana Pantera, abbiamo permesso, generosi di giovinezza, di far vivere alle nostre cellule quella meravigliosa, costruttiva, indimenticabile esperienza di “Comune”, “Bene Comune”, esperienza di un modello di vita sociale anarchicamente organizzata. Tutto è stato bello, eccetto la fine.

In quella mattina tiepida, dei primi giorni d’aprile, dalla finestra che dava sul lungo ed altissimo corridoio del primo piano, io e Lorena, assistemmo al passo di marcia militare di un compagno che percorreva il corridoio e gridava “E’ FINITA, SI TORNA A CASA!” Ci siamo guardate e l’una ha visto negli occhi, lo stupore dell’altra. Tornammo a casa così. Ci presero per stanchezza, il tempo da vivere nella dimensione della T.A.Z. fu un lampo che illuminò molte teste, ma altrettante ne fulminò.

Lascio andare questo pensiero sulle note della canzone siciliana che cantava il compagno Michele di Catania:


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