di Massimiliano Di Giorgio
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Qualche tempo fa, passeggiando col nonno francese, mio figlio Victor gli ha detto, indicando dei graffiti su un muro: “Hai visto? Sembrano quei disegni che abbiamo visto al museo”. In effetti, poco tempo prima avevamo visto tutti insieme la mostra “Né dans la rue” che la Fondazione Cartier di Parigi dedica fino al 29 novembre alla Street Art.
Ecco, per un bambino di 3 anni è normale che degli “scarabocchi che imbrattano un muro” – è quello che pensa mio suocero – siano in un museo, mentre oggi in Italia chi traccia “tag” o compone un graffiti può essere denunciato, come prevede il “pacchetto sulla sicurezza” approvato dal Parlamento.
Il malpensantismo sulla Street Art non è necessariamente di destra. Nel 2008, una delle prime uscite di Francesco Rutelli, quand’era candidato a sindaco di Roma, fu proprio contro i writer, cioè coloro che lasciano la loro tag, firma, in giro. E anche Walter Veltroni si era espresso poco prima in modo simile. E, soprattutto, entrambi i politici parlarono di tag e graffiti come di un problema di ordine pubblico, una priorità da agenda politica.
Eppure, che i graffiti e le stesse tag siano riconosciuti ufficialmente come forme artistiche non è una novità. Basta considerare la quantità di mostre che vengono dedicate al fenomeno. A Parigi, prima del tributo della Cartier, c’era stata a inizio anno la bella mostra “Tag” al Grand Palais, con oltre 100 writer ospiti, tra cui gli italiani Bo 130 e Microbo.
E proprio Roma, per tornare a noi, negli anni 80 ospitò una esposizione d’avanguardia sui graffiti newyorchesi, al’epoca in cui Keith Haring era ancora vivo e Basquiat non era entrato definitivamente nella leggenda. Forse però la genesi di quell’arte, nata in forma “illegale” sui muri e sui vagoni della metropolitana, è stata dimenticata.
Dunque, la questione è: a chi fanno paura le tag e i loro autori?
Un paragone si potrebbe fare forse con la vicenda dei lavavetri e delle altre persone che chiedono qualche tipo di elemosine ai semafori o per strada.
Tolti di mezzo i casi di sfruttamento di bimbi o di persone disabili costretti a chiedere soldi, o anche di coloro che risultano davvero insistenti e dunque molesti, che fastidio danno davvero i lavavetri, che dal primo novembre a Roma rischiano multe, sequestri e denunce?
Probabilmente nessuno, dato che la maggior parte di loro, quando si declina l’invito, non insiste a chiedere di lavarvi il parabrezza per mettere insieme quegli spiccioli che servono a vivere.
Eppure, i lavavetri sono un formidabile parafulmine per gli automobilisti, che possono così scaricare su di loro nervosismo, tensioni e ansie. Anche se il traffico è una bestia più brutta del lavavetri, è più facile cavarsela così.
E poco importa, per esempio, che a Roma nell’ultimo anno la circolazione stradale sembra essersi fatta più difficile, con la riduzione dei posti nelle “fasce blu”, l’aumento delle auto parcheggiate impunemente in doppia fila, i semafori non rispettati e la giunta capitolina che fa un bel regalo agli indisciplinati, “sanando” le vecchie multe non pagate.
Il problema principale, però, sembrano essere i fastidiosi lavavetri.
E i graffitari, i tagger? Se per i lavavetri si potrebbe invocare la scocciatura per gli automobilisti, a chi danno fastidio i graffitari, quale ordine pubblico mettono in pericolo? Spesso, sono proprio loro a correre rischi. A fine ottobre un writer di 23anni che stava probabilmente scrivendo lungo i binari dell’anello ferroviario, a Roma, è stato investito da un treno, ha perduto una gamba e una mano. Non è il primo, sfortunatamente non sarà neanche l’ultimo.
Una canzone degli “Assalti Frontali” celebra Cheecky P., 22enne “graffitara “della crew Roma 00199 investita di notte da un’auto pirata nel 1991.
Il writer investito dal treno avrebbe potuto essere denunciato ai sensi del pacchetto sicurezza. Certamente, se non si fosse avventurato sulla ferrovia, non gli sarebbe successo nulla. Ma dobbiamo ritenerlo un reato, il suo?
E una tag è più fastidiosa e pervasiva di un manifesto abusivo, che sia commerciale o politico, di cui le nostre città sono tappezzate, senza che quasi mai nessuno paghi per una violazione, più che delle leggi dell’estetica, di quelle della concorrenza?
Un graffiti su un vagone della metropolitana non lo danneggia. I soldi spesi per cancellarlo, invece, arricchiscono solo le società di pulizie. Ma un vagone ricoperto di tag è sempre un buon parafulmine per i pendolari incazzati perché i trasporti non funzionano.
Esistono diversi libri che raccontano la genesi e lo sviluppo della Street Art. L’ultimo in ordine di tempo è forse Punk Capitalismo, che racconta come i “pirati” – graffitari compresi – sovvertendo le regole aprano la strada a nuove tendenze che saranno poi sfruttate da tutti, e soprattutto da chi ci farà soldi sopra. Pensate solo all’uso commerciale delle tag per diversi marchi o alla riproduzione all’infinito del già citato Haring.
E proprio “Punk Capitalismo” ricorda anche come l’umanità scrive sui muri fin dai tempi delle caverne, spesso solo per segnalare che “io sono stato qui”.
Uno come Rutelli, che vorrebbe istituire un registro degli italiani illustri in cui includere il creatore delle Winx (c’è scritto nel suo ultimo libro, “La Svolta”) dovrebbe forse interrogarsi se gente come Microbo, o anche come le crew che a Roma hanno costellato i muri ferroviari coi loro marchi (è il caso per esempio di Reps) rappresentino davvero un pericolo per l’ordine pubblico. E se non sia controproducente perdere tempo e gettare denaro per dare loro la caccia, invece di sentire cosa hanno da dire.
di Maurizio Belfiore
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L’asticella delle primarie è fissata a 3 milioni e mezzo di voti: 3.513.370 per l’esattezza.
Tale è il record – in verità l’unico – raggiunto il 16 ottobre 2007 per l’elezione di Walter Veltroni a primo segretario del Pd. Due anni fa furono davvero tante le persone che affollarono i gazebo e i seggi delle primarie democratiche, un numero superiore alle aspettative degli stessi dirigenti del partito dovuto probabilmente alla novità dello strumento che – con una grande consultazione popolare e democratica – apriva le porte della politica ad un’esperienza collettiva diretta.
In realtà, le prime primarie in Italia si svolsero il 16 ottobre 2005 per scegliere il candidato premier Romano Prodi, ma fu un’esperienza “spuria”, di coalizione e non per l’elezione diretta di un segretario politico che richiamò comunque al voto 4 milioni e 300 mila elettori di centrosinistra.
Nel 2007 non ci fu storia. Veltroni vinse con il 75.8% (ben 2 milioni e 600 mila voti) su Rosy Bindi (12.8%) ed Enrico Letta (11.07%).
Oggi – o meglio, il prossimo 25 ottobre – la situazione è ben diversa e vede Pier Luigi Bersani partire in vantaggio ma non stravincere su Dario Franceschini (55.1% contro il 36.9%), mentre Ignazio Marino è al 7.9%.
Numeri ben definiti, ma che non danno nulla per scontato, anche perché un forte voto d’opinione potrebbe portare Marino a un risultato a due cifre che, quindi, renderebbe difficile agli altri due candidati il superamento del fatidico 50% necessario per evitare l’ulteriore voto della Convenzione.
O aprire le trattative per un eventuale “lodo Scalari”, cioè il riconoscimento immediato da parte di tutti dell’elezione a segretario di colui che ha comunque preso più voti.
Ma ciò che incombe sulle primarie 2009 è innanzitutto l’asticella dell’affluenza il cui raggiungimento potrebbe essere stato messo a rischio dalla conflittualità interna tra i candidati.
Una delle richieste di sempre del popolo del Pd è stata, infatti, quella della tanto invocata “unità” dei dirigenti che nella fase congressuale si è invece via via trasformata da un naturale antagonismo in un’insana conflittualità. Un elemento che potrebbe aver disturbato il popolo delle primarie spingendolo a disertare le urne.
Il confronto televisivo tra i tre candidati (conclusosi con un comune appello ad andare a votare) si è svolto senza particolari asprezze, al contrario di quanto era avvenuto nei giorni precedenti nel corso dei quali le bordate non avevano mancato di essere ad alzo zero.
Ad infiammare lo scontro – già sufficientemente acceso – probabilmente era stato quanto detto il 29 settembre da Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, che aveva annunciato una sorta di commissariamento di Franceschini (“da qui alle Primarie serve una direzione collegiale del partito”) visto che i numeri dei congressi nei circoli lo davano al di sotto di Bersani di parecchi punti.
Da lì in avanti si è scatenato un tiro incrociato quotidiano a suon di dichiarazioni al quale nessuno si è sottratto. Dai capitani agli scudieri, tutti ferratissimi a fare le pulci alle virgole degli altri candidati.
Un clima infuocato capace di appassionare gli elettori che affolleranno i seggi per schierarsi con l’uno o con l’altro? Alzare il livello dello scontro è stata una delle più studiate ed efficaci strategie di Berlusconi nel corso delle varie campagne elettorali così da “polarizzare” i votanti e spingerli a schierarsi.
Un’istigazione al “o con me o contro di me” discutibile, ma motivato dall’esistenza di due fronti politici contrapposti.
Ma cosa succede se questo imbarbarimento avviene all’interno di un partito nel quale poi tutti gli iscritti ed elettori si dovrebbero riconoscere e ritrovare?
Uno stop a questa tendenza è stato dato dal dibattito televisivo tra i candidati che si è trasformato in un evento politico-mediatico unico: nessun partito aveva mai aperto a tal punto il processo democratico interno per l’elezione del proprio segretario. Un passaggio storico, un precedente che segnerà la differenza nel futuro e con il quale anche il centrodestra dovrà necessariamente fare i conti.
E mentre il popolo delle primarie si appresta a recarsi alle urne, resta il dubbio che una contrapposizione così accesa possa non aiutare la spinta emotiva verso il voto e che, quindi, l’asticella dei 3 milioni e mezzo resti lontana. Con l’ulteriore incognita del numero delle possibili schede bianche.
Sarebbe un altro severo segnale degli elettori del centrosinistra ai dirigenti del Pd.
di Luca Centamore
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Il 25 ottobre ci sono le Primarie e non ho niente da mettermi. Non ho un’idea, un candidato per cui votare, un candidato contro cui votare, vuoto pneumatico. Come mi sono ridotto così?
Il 28 luglio la Commissione Nazionale di Garanzia del PD, decide di respingere la candidatura di Amerigo Rutigliano, riducendo a tre i candidati alla Segreteria, in ordine di presentazione della candidatura: Dario Franceschini, Pierluigi Bersani, Ignazio Marino.
Vale la pena di leggere il Regolamento Congressuale, che come tutti i regolamenti è burocratico e bizantino. Alla fine mi sembra che il processo all’interno del PD, le riunioni di Circolo, le Convenzioni Provinciali, la Convenzione Nazionale, abbia avuto l’unico scopo di individuare i tre candidati alle primarie. Hanno lavorato da agosto ad ottobre per scegliere tre candidati tra tre possibili opzioni. Di che colore è il cavallo bianco di Napoleone?
I sostenitori delle Primarie parlano di Democrazia Diretta. Andiamo a vedere cosa dice il Regolamento.
Alle primarie l’elettrice/elettore esprime il suo voto tracciando un unico segno su una delle liste di candidati all’Assemblea Nazionale, che vengono eletti sulla base dell’ordine di presentazione di presentazione nella lista.
Entro il 12 ottobre ogni lista viene presentata, sottoscritta da almeno 50 iscritti in ciascun collegio e collegata ad un candidato. Questo vuol dire che l’elettore vota per la lista, che è bloccata e non per il candidato.
Dopo lo spoglio la Commissione Regionale ripartisce proporzionalmente i seggi tra le liste. Infine entro 14 giorni si riunisce l’Assemblea Nazionale e proclama eletto il candidato che abbia riportato la maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea, escludendo il meccanismo di calcolo dei resti, Il 50% + 1 dei voti.
Qualora nessun candidato abbia riportato la maggioranza assoluta, nella stessa seduta il Presidente indice il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati con il maggior numero di rappresentanti collegati.
In definitiva a meno che uno dei candidati non ottenga la maggioranza assoluta, il Segretario verrà eletto a scrutinio segreto dai 1000 rappresentanti dell’Assemblea Nazionale, a loro volta eletti sulla base di liste bloccate.
Complessivamente non mi pare un grande esempio di democrazia diretta.
Il 14 ottobre 2007 ho votato convinto per Walter Veltroni alle Primarie del PD, adesso sono altrettanto convinto di avere fatto una fesseria. Non tanto perché il PD ha perso le elezioni politiche, Veltroni si è dimesso e il partito perde i pezzi, ma perché credo che non abbia alcun senso eleggere in questo modo il segretario di un partito. L’ha detto chiaramente Massimo Bordin in polemica con Mario Adinolfi, sostenitore delle primarie e ha commentato con lucidità Luigi Castaldi nel suo blog, che il problema consiste nella mancanza del processo deliberativo intermedio sul quale si è accentrata la riflessione di James Fishkin, tra i maggiori studiosi e teorici della democrazia diretta (in particolare del deliberative poll).
“Il processo deliberativo intermedio, in questo caso, è posto dalla decisione di prendere una tessera del partito del quale si intende scegliere in segretario: non si tratta di chi – successivamente – il partito candiderà in una competizione elettorale aperta a tutti gli aventi diritto al voto, ma di chi deve avere – al momento – la responsabilità dirigenziale del partito”.
Alla fine ho deciso, non andrò al seggio. Non avrei problemi a scegliere uno dei candidati, se si trattasse di guidare il governo, la regione o la circoscrizione. Ma qui si tratta di decidere chi guiderà il maggior partito di opposizione in Italia, con 14 correnti, nel mezzo della crisi più profonda della sinistra italiana dopo Occhetto e i cui meccanismi decisionali mi sembrano schizofrenici. Per tutti quelli che ci andranno, auguri.